giovedì 19 ottobre 2017

Doccia fredda #17 Mai nelle processioni

Lo vedevi tutti gli anni addossato a un muro, mentre osservava attentamente la processione della Madonna, il 14 di agosto. Spesso fumava, che pareva anche un tantino irrispettoso. Era un bel ragazzo e sembrava non invecchiare mai, "Come suo padre e suo nonno, del resto", aggiungevano i vecchi del paese. Nessuno sapeva di preciso che mestiere facesse, sicuramente lavorava a Roma.
Nel paese non c'era niente di bello se non la tabella degli orari dei pullman per andare da qualche altra parte, che comunque passavano di rado durante la giornata. Era così piccolo che quando tutta la processione si dipanava giù dalle scale della chiesa per la strada principale era già finito, e toccava tornare indietro. I grandi stendardi venivano capovolti, i confratelli con le mantelline scolorite si dividevano in due file e tornavano indietro ai lati di chi continuava ad avanzare. Per fermare tutti il sagrestano gridava "Ave Maria!" con un tono brusco che non lasciava dubbi che si trattasse di un ordine e non di una preghiera.
Il giovane aveva sempre un sorriso per i bambini piccoli, quelli che a giudicare dall'aspetto vedevano la festa per la prima volta, spesso infiocchettati all'inverosimile e con braccialini d'oro ai polsi cicciosi. Ma a volte su quella bella faccia che girava tra la folla cadeva una specie di ombra nera. Se seguivi il suo sguardo vedevi spesso un vecchio, ma non sempre. Annuiva e diceva qualcosa tra sé.
Donato, invece, era lo scemo del paese. Un bravo ragazzo, solo nato diverso dagli altri. I genitori non avevano mai chiesto l'invalidità perché avevano vergogna, e così Donato non aveva mai avuto assistenza a scuola, e ora non lavorava né aveva una pensione. Girava molto e osservava. Quel tipo lì lo teneva sottocchio da anni. Alla fine aveva imparato a leggere sulle labbra quello che diceva quando osservava la gente durante la processione.
Faceva molto caldo quell'anno e già gli giravano le scatole, così lo affrontò una volta per tutte.
«Ciao»
«Ciao, Donato. Come stai?»
Donato non era disponibile alle chiacchiere.
«Bene. Perché quando passa la processione guardi la gente e dici "Tu sì" e "Tu no"?»
Il giovane fece un vago sorriso. «Ma cosa dici? Ti sbagli»
«Ti ho visto, lo fai tutti gli anni. Quando passa la processione. L'altr'anno hai detto "Tu no" a zio Agapito e poi è morto»
«Te l'ha detto lui?»
«Che era morto? No, l'ho letto sul manifesto. Non era zio mio, però era uguale. Mi voleva bene»
«Mi dispiace, ma io che c'entro?»
Donato strinse le labbra, deciso ad andare fino in fondo.
«Tu sei tipo l'angelo della morte. Conti tutta la gente che c'è alla processione della Madonna e decidi chi resta vivo fino alla prossima e chi non la vedrà mai più. Ci deve essere uno come te in tutti i paesi, anche a Tivoli e a Palestrina. Magari a Roma ce ne sono tanti, perché è grande».
Il giovane rise e la sua risata sembrava una cascatella d'acqua fredda. Era bella ma faceva un po' paura.
«Dai, ti prego! Chi ti ha messo in testa questa cosa? L'angelo della morte! La gente muore in continuazione, è il destino, la vita, come diavolo vuoi chiamarla. Vedi troppa televisione, Donato». Poi la sua espressione cambiò leggermente: si vedeva come il duro delle ossa sotto il suo sorriso. «Lasciami guardare la processione, dai. Mi stai distraendo»
«Perché devi fare il tuo sporco lavoro?» Donato si stava caricando di rabbia.
Il giovane sbuffò fumo e impazienza dalla sua bella bocca.
«Perché la festa c'è una sola volta all'anno, e dura poco. Quante processioni della Madonna vedrai, in tutta la tua vita? Prova a contarle, Donato».
Il sole era già tramontato, ma il caldo non accennava a scemare. Si sudava, in quella strada stretta che era l'unica del paese: per creare l'unica piazza c'era voluta una bombola del gas che era esplosa negli anni '50 e che aveva abbattuto una casa. Qualcuno nella folla si stava accorgendo dell'alterco tra i due e cercava di zittirli.
«Stiamo buoni, li senti?», disse il giovane piano. «Stiamo disturbando la festa».
Donato era pallido dalla rabbia: quel tipo negava l'evidenza, o forse non c'entrava davvero nulla con la morte. Era un peccato, perché sarebbe stato troppo bello potergli parlare e convincerlo a lasciar stare la gente che gli voleva bene. Sarebbe rimasto solo, lo sapeva. Non era così scemo. Mamma e papà erano vecchi, papà stava pure male con la pressione. I suoi fratelli vivevano in città e avevano una famiglia di cui occuparsi, dei figli. La morte era una cosa orribile.
«Donato, la morte è necessaria», disse il giovane con tono dolce, come rispondendo ai suoi pensieri. «Ogni vita si consuma, e dà spazio ad altre vite. I bambini che vedi oggi, tutti felici perché c'è tanta gente e la banda e le luci accese, non potrebbero nascere se altri non si facessero da parte. Lo vedi quant'è stretta questa strada? Il mondo è come questo paese: quando finisce, finisce. Nemmeno la processione lo può rendere più grande di quello che è».
Donato guardò bene il viso del giovane. Era più bello che mai e sembrava quasi splendere nella sera. Allora prese dalla tasca il pugnale che aveva intinto di nascosto nell'acquasantiera, durante la messa, e lo colpì al petto, di taglio, per infilarsi tra una costola all'altra e arrivare al cuore. Sempre che quella creatura ne avesse uno. Lo colpì più volte e spillò il suo sangue da cento ferite. Il giovane si accasciò a terra senza un gemito, mentre la Madonna passava e la banda suonava. Donato lo vide parlare a fior di labbra e si avvicinò per ascoltare, nel terrore che stesse dicendo "Tu no" e lo condannasse a morte. Invece delirava nell'agonia.
«Mi ricordo di Maria... aveva un carattere! Li faceva rigare dritti tutti... e quando l'andai a prendere mi si spezzò il cuore... perché io...» Poi chiuse gli occhi per sempre.


Donato fu riconosciuto incapace di intendere e di volere. Fu affidato a un istituto: gli dispiacque molto lasciare il paese, ma i genitori prendevano la corriera quasi tutti i giorni per andare a trovarlo, e così non si sentì troppo solo. Continuarono per anni, e Donato fu l'unico ad accorgersi che non invecchiavano più, e non morivano. 

martedì 17 ottobre 2017

Doccia fredda #16 Bloody Mary

Finita la sequenza degli esordienti, torniamo a coloro che, nel tempo, hanno calcato le scene editoriali. Quindi potete smettere di essere gentili (ma evitate di essere cafoni)

_________________________________

Nel paese incantato dei sogni le creature delle favole scivolano via dalle pagine patinate per raggiungere la reggia di King Cole. Nella sala dei banchetti il pifferaio magico, i tre porcellini, Little boy blue, Cappuccetto Rosso, la Regina di Cuori, Hunpyy Dumpty e tutti gli altri fanno a gara per esibirsi sul palcoscenico prima che scocchi la mezzanotte. All'ultimo tocco dell'orologio, quando tutti i protagonisti sono già a letto, chi conosce la voce del silenzio riesce a sentire lo scricchiolio dei passi per strada mentre il vento urla: « Play me my song, Bloody Mary ».
Da qualche parte una bambina sta piangendo. Da qualche parte un bambino ha perso la testa.
L'urlo del vento si fa voce per raccontare una storia:
Cynthia Jane De Blaise-William entrò al Musical Box per il solito cocktail. Quattro grosse prese di sale sul fondo dello shaker, due di pepe nero, due di pepe di Caienna, uno strato di salsa Worcestershi-re, una spruzzata di succo di limone, ghiaccio tritato, due once di vodka e due di spesso succo di pomodoro. Henry Hamilton-Smythe dietro al bancone agitò lo shaker, filtrò e versò la bevanda insanguinata nel highball, vi infilò una stecca di sedano, lo porse all'amica, e guardandola disse : « Ciao cara, è un po' di tempo che non vedo la tua faccia. Hai finito di stare in galera per causa mia? Sei ancora la bambina viziata? Ciao, ho detto ciao, perché non mi rispondi? Questo è l'unico posto dove puoi incontrarmi. Sono l'unico uomo che hai mai avuto. No, mi correggo, meglio dire che avresti potuto avere se fossi sopravvissuto ai tuoi colpi di testa. Siamo una bella coppia tu ed io, su quest'isola nel mare dell'oltre. Ti voglio amare per sempre, non ti lascerò mai. Apri il tuo cuore e lascia scorrere i sentimenti. Non sei stata sfortunata a incontrare un ragazzo come me. Ho sbagliato il primo passo e tu mi hai subito rubato la scena scaraventandomi dietro le quinte o meglio ancora, nella botola del suggeritore ».
Il mondo attraverso il bicchiere diventò un campo di croquet che si perdeva a forma di triangolo isoscele in lontananza nell'orizzonte. L'erba del prato era rasata a fasce longitudinali, bicolori per l'alternanza del senso del taglio.
Nella battaglia tattica si gioca con quattro palle, Blu e Nero contro Rosso e Giallo; lo scopo del gioco è quello di segnare punti facendo passare con un colpo di mazza una palla sotto gli archetti disposti a formare il percorso, al termine del quale si deve colpire un picchetto al centro del campo.
Ma non sempre si gioca in questo modo.
Oltre il vetro del cocktail rosso le palle del gioco erano sostitui-te dalle teste di tanti piccoli Henry.
Cynthia quando aveva nove anni giocava con Henry. L'abilissimo, dispettoso e antipatico coetaneo ogni volta che segnava un punto la sfotteva e le tirava i capelli; una volta le mise le mani addosso e le strappò la catenella d'oro che portava al collo. Da quel giorno crebbe nella ragazzina la sensazione che il suo compagno la guardasse in modo strano, come un arciere pronto a colpirla con la sua freccia. Quando lo sentì dire : « Il mio uccello vola in alto, scivola tra le mie mani, prendilo, toccalo » alterata più del solito brandì con gran forza la mazza di legno e con un colpo spettacolare staccò la testa dal collo del ragazzo facendola ruzzolare nella porta arcuata. A chi la interrogava sul misfatto, la piccola con estremo candore rispondeva: « Lui continuava a dire che con la sua testa poteva centrare ogni bersaglio; penetrare in ogni fessura. Non ho fatto altro che assecondare il suo desiderio ».
Due settimane dopo la tragedia, la bambina, ribattezzata Bloody Mary dalle male lingue, rovistando tra i giocattoli nella cameretta di Henry alla ricerca della propria preziosa catenella scoprì il carillon. La memoria registrata sul cilindro metallico mettendo in vibrazione le lamelle riproduceva una vecchia filastrocca:
Old King Cole era una vecchia anima allegra, voleva la sua pipa, voleva il suo arco e voleva i suoi tre violinisti”.
Dalla scatola musicale decorata uscì una piccola figura di spirito: Henry era tornato. Roteando a tempo di musica, il suo corpo iniziò rapidamente ad invecchiare. Il piccolo protagonista tornato dall'aldilà sotto forma di un vecchio lascivo cercava invano di soddisfare sulla ex-compagna di giochi le pulsioni carnali represse da una vita interrotta.
Cynthia sorseggiò la sua bibita, masticò il sedano, caricò la molla del carillon: un solo giro perché la vita di Henry durava tutto il tempo della filastrocca. « Il mio uccello vola ancora in alto. Hai creduto che volessi farti del male e invece volevo solo insegnarti ad amare, legarti a me come la catena che brillava sul tuo piccolo seno e che ora tieni nascosta sotto il cuscino. Ora sei una donna, hai il tempo dalla tua parte. Fatti vedere in viso, tira indietro i capelli, lascia che conosca il tuo corpo. Sto aspettando qui ogni volta. E tutto il tempo che è passato sembra quasi non avere importanza ora, se te ne stai lì con il tuo sguardo fisso dubitando di tutto ciò che ti dico. Perché non mi tocchi. Toccami.Toccami. Ti voglio ora ».
Il bicchiere era vuoto, il carillon stava terminando la sua corsa.
Cynthia sussurrò: « Il vento riporterà i nomi che ha soffiato nel passato?. No, questa è l'ultima volta ». Afferrò il bicchiere e lo scagliò contro il vetro della finestra. La musica era finita e il vento non soffiava più. Henry non sarebbe più tornato.
Ma tu che leggi se vuoi sentire la canzone di Old King Cole, devi fare girare sul piatto il disco dei Genesis: la voce di Peter Gabriel ti trasporterà sul campo di croquet nel bucolico paesaggio al tramonto dipinto da Paul Whitehead e poi...puoi sempre scegliere di naufragare nel mare insanguinato di un Bloody Mary.

domenica 15 ottobre 2017

Doccia fredda #15 Elena (esordiente)

Nello studio notarile del dottor Carmine Epifani, avvocato trasferitosi dalla natia Palermo nel profondo nord, si stanno svolgendo i soliti rituali dell'ultimo giorno di lavoro prima del Natale. Panettone, pandoro, spumantino di seconda categoria, abbracci e baci finti ché tutti i colleghi si detestano cordialmente.
Sono accaldati, un po' per i ripetuti brindisi, un po’ perché il dottor Epifani non si è mai abituato al clima rigido degli inverni bellunesi e tiene il riscaldamento al massimo.
Elena conta i minuti che la separano dalla fine di quella giornata. Non ne può più.
È la praticante, l'ultima arrivata, nessuno la degna della minima considerazione.
E poi deve ancora fare il giro dei mercatini per comprare gli ultimi regali.
È sera quando l'allegra brigata si scioglie tra saluti e auguri. Elena esce dall'ufficio tutta imbacuccata, ché lo sbalzo di temperatura dall'interno all'esterno è notevole. Come al solito piove. Si avvia a piedi verso il centro.  A piazza dei Martiri, davanti e sotto i portici, ci sono tante bancarelle. Lei cerca un regalo speciale per una persona speciale. Il suo Ugo. Domani sera verrà a conoscere i suoi. Certo, proprio la vigilia di Natale, ma le è sembrata un'idea così romantica che ha convinto la madre a preparare una delle sue fantastiche cenette.
Ugo... solo a pensarci sente un brivido che le corre lungo la schiena.
“Eh no, questo è un brivido vero.
 Una goccia d'acqua gelata che scivola giù dalla tenda della bancarella, le  finisce sul collo e scorre fino alla vita. Si copre ancora di più, tira sulla testa il cappuccio del giaccone e seguita a cercare.
Finalmente trova la cosa adatta. Ugo ama il vintage e ama scrivere. Su una bancarella è esposta una REMINGTON bellissima e funzionante. La prende, è un po’ pesante, ma vale la pena fare un piccolo sforzo per il suo amore. Ha lauto parcheggiata nei pressi della stazione dei pulmann, un po’ lontano dalla piazza. Con il peso della macchina da scrivere deve fare un bel pezzo di strada a piedi. In genere non c'è molto traffico, Belluno non è una metropoli, ma è l'antivigilia di Natale, piove e tutti hanno preso l'auto per spostarsi comodamente.
Elena cammina veloce sul marciapiede, all'improvviso una macchina le passa accanto prendendo in pieno una pozzanghera. Uno spruzzo d'acqua sporca e gelata l'investe facendola rabbrividire. “Oggi non è proprio giornata!Il freddo e l'umidità si stanno impossessando del suo corpo.
Con il fiato grosso arriva alla sua auto. Sale e cerca di mettere in moto.... nulla di fatto.
Ha lasciato le luci accese e la batteria si è scaricata. Ora comincia davvero a stancarsi. Con la Remington sotto il braccio si avvia verso la fermata del pulmann che da Belluno la porterà a Longarone, dove vive, a una ventina di chilometri di distanza. Naturalmente il pulmann è già partito ci vorrà una buona mezz'ora per il prossimo. La stazione dei pulmann non ha una sala d'aspetto. Dovrà aspettare all'aperto e intanto si sta facendo notte, la temperatura è calata ancora, ormai sarà sotto zero. Elena si copre come può, ma il freddo le sta entrando nelle ossa. Sono le 19,30, sono più di due ore che sta per la strada. Il pulmann apre le porte. Finalmente un pò di caldo... macché, il riscaldamento è fuori uso. Si  stringe il giaccone addosso, siede al suo posto e aspetta che il pulmann parta. Sta sognando  calore, calore, calore, neanche il pensiero di stare stretta tra le braccia di Ugo riesce a riscaldarla.
Eccola arrivata a Longarone. Dovrà fare ancora un pò di strada a piedi per essere a casa, ma la consola il fatto che tra pochi minuti  potrà fare una bella, lunga, rilassante doccia calda. Sotto casa trova delle transenne intorno a una buca.  
Accidenti, neanche la vigilia di Natale si può stare in pace con questi lavori.
Entra velocemente in casa e va direttamente in bagno, senza salutare.
"Elena, tesoro, hai visto lo scavo davanti al portone?"
Scroscio d'acqua......

“Hanno tolto il gas".

giovedì 12 ottobre 2017

Doccia fredda #14 Giovedì (esordiente)

GIOVEDI’

“Scende l’acqua, fredda, calda, fredda, calda…. GIUSTA”. Le parole di questa vecchia canzone di Giorgio Gaber gli frullavano in testa, mentre era il fila, l’ennesima, al semaforo. Il tragitto casa-lavoro era ogni giorno più pesante, soprattutto ora, in questa città riarsa da un caldo asfissiante. 
L’esercito degli sconfitti, come lo chiamava lui, si schierava ogni mattina ed ogni sera, pronto a combattersi per un parcheggio, una precedenza o una doppia fila. Il tutto per raggiungere o battere in ritirata da un Posto Di Lavoro. 
Una volta scesi dai policromi carri aero-condizionati, i bravi soldatini penetravano efficienti nei Palazzi Del Lavoro. E qui si combattevano ben altre battaglie: quella per un cappuccino, un cornetto precotto, un caffè bollente. O, peggio ancora, per una mansione senza senso. Se un alieno fosse sceso sulla terra ed avesse assistito a questo triste teatrino, sarebbe emerso che l’uomo, per stupidità sociale, è secondo solo al SALMONE.
Già. Al semaforo, quando sei  in macchina da solo, hai tempo per tante, troppe riflessioni . E l’unico desiderio diventa quello di una doccia e mezz’ora di divano in ciabatte. Passaggio necessario per vanificare i lavacri e sudarsi altre due magliette.
Il sole continuava a picchiare sulle file di macchine e, al quarto verde e alla sesta sigaretta, riuscì a superare la fila e ad addentrarsi nell’inutile periferia dove abitava. Ancora poco e avrebbe potuto sentire il ticchettio della caldaia che gli avrebbe permesso quel quarto d’ora di meritato relax.
Appena entrato, fu accolto dai miagolii delle due gatte, Sissi e Sofia, che, come sempre, stavano ad aspettarlo dietro la porta, spinte più dal desiderio di coccole che da quello di cibo. Nonostante il caldo asfissiante che prorompeva dalla casa, era contento del contatto del loro pelo e di doverselo togliere di dosso, per quello che poteva. Sissi e Sofia lo accompagnarono in camera da letto, continuando a strusciarsi, in una mescolanza di odori felini e umani. Riempì loro una ciotola con sfilaccetti di nota marca e versò acqua fresca nell’altra.
In mutande si avviò verso il bagno, dopo aver combattuto per liberarsi dei vestiti, che il sudore aveva reso solidali con il corpo. Aprì l’acqua. “Fredda, calda, fredda, calda… GIUSTA”. Il soffione lanciava getti potenti dai 5 o 6 buchi non otturati dal calcare (“Ne devo comprare uno nuovo”). Chiuse la tenda e gli occhi e si pose sotto i laser tiepidi. Un paio di minuti per abituarsi a quella temperatura e poi avrebbe aumentato il calore, come faceva sempre, anche d’estate, anche con quel clima ormai maledettamente desertico.
Dopo un po’, però, capì che qualcosa non andava. Aveva un leggero giramento di testa e la temperatura esterna era in netta discesa. Aveva FREDDO!
“Sarà un calo di pressione”. Stando con gli occhi chiusi, non si accorse, però, che il suo fiato si faceva fumo e che dalla doccia, nonostante l’acqua “GIUSTA”, si alzava vapore. Quando se ne rese conto, un brivido sconfisse definitivamente il caldo esterno. Il bagno stava gelando. 
Aprì la tenda e lo vide lì, in piedi accanto al mobiletto degli asciugamani. Il guerriero che aveva davanti era alto, magro, con la pelle vagamente olivastra, comunque di un colore esotico. Il viso magro e gli occhi saettanti di saggezza, il mento vagamente appuntito e adornato di una sottile barba brizzolata. 
Per vincere la sua paura, l’uomo sorrise in modo inaspettatamente convincente e cordiale. Gli appoggiò il braccio sulle spalle. 
“Lascia che l’esercito degli sconfitti continui a combattere la sua guerra inutile” – gli disse – “Tu hai il sogno, vieni con me”.
Mentre il suo corpo si addormentava nel freddo, indossò l’armatura, prese lo scudo e la spada e si arruolò tra i combattenti del sogno. Sissi e Sofia gli trotterellavano accanto con le code alzate, in segno di sentito gradimento.





martedì 10 ottobre 2017

Doccia fredda #13 Luce (esordiente)

All’improvviso una gran luce.
Cominciava sempre così e si ritrovava a correre nel parco; una corsa lenta, appena accennata, per godersi il paesaggio.
La ghiaia crepitava a ogni passo e i primi colori di marzo si mettevano in mostra, fieri di aver vinto la lotta contro la terra scura dell’inverno: le primule riempivano i prati sotto l’ombra degli alberi che, guardandola inteneriti, la coprivano per darle sollievo. 
Anna amava il parco perché era sempre pieno di gente; bambini che giocavano, vecchietti che leggevano il giornale sulle panchine o che andavano al bar della bocciofila. Era pieno di amici, di amanti. Pieno di mamme con il passeggino e di papà con il cane al guinzaglio. Pieno di biciclette e di palloni. Sempre pieno di voci, di risate e di tante parole sussurrate. Che spettacolo!
Ma ciò che preferiva era la casetta in fondo al viale, tutta circondata da rose porpora che profumavano l’aria. Ancora pochi metri e sarebbe arrivata.
Quanta pace le dava inspirare profondamente la quiete di quel posto.
A quell’ora, una vecchietta, al di là della finestra, era sempre intenta a sferruzzare; lunghe ore di lavoro per perdersi nei ricordi, dimenticare i problemi e sorridere ancora. Proprio come la sua corsa.
Quel giorno, però non era la sola a osservare la nonnina; un ragazzo si era fermato davanti lo steccato a godersi il roseto.
Anna gli si avvicinò piano.
«Piace anche a te?»
Immerso nei pensieri, Stefano ebbe un sussulto; non l’aveva sentita arrivare.
«Sì, molto.» le rispose sorridendo.
Poche parole. Ma, come spesso capita, le parole perdono valore se gli sguardi hanno già scritto la storia.
Amore.

Di nuovo luce. Stavolta in uno scoppio e un altro ancora.
Tanta gente intorno. Sentiva i gridolini eccitati dei bambini – Mamma, guarda! Guarda che bello! – e gli applausi al meraviglioso gioco dei fuochi nel cielo.
Al suo fianco Stefano sembrava inquieto, per tutta la sera aveva dato l’impressione di dover dire qualcosa… ed era così.
Forse, proprio grazie al rumore che nascondeva il suo imbarazzo, trovò il coraggio, in un unico soffio «Anna, vuoi sposarmi?»
Lei sentì il cuore esplodere più forte di qualsiasi petardo «Sì, certo che sì!»  lo abbracciò come mai prima coprendo di baci ogni centimetro di pelle del suo viso. Poi, con le braccia al collo, lo guardò fisso stringendo le labbra «Anzi, mi chiedevo quanto mi avresti fatto aspettare ancora. Siamo insieme da quattro anni, stavo perdendo la pazienza, sai!» disse fingendosi arrabbiata.
Stefano la strinse di più e le sussurrò all’orecchio «Forse ho qualcosa per farmi perdonare. Un regalo.»  e sfilò una busta dalla tasca interna della giacca «Guarda.»
«Cos’è?»
«Un contratto.»
«Un contratto?» lo guardò incuriosita.
«È la nostra nuova casa. La casa delle rose.»
«Non ci posso credere… » l’emozione appannò così tanto i sensi di Anna che anche i fuochi d’artificio si ammutolirono. Non trovò le parole per spiegare quella felicità così perfettamente tonda, forse perché non esistevano.
Chiuse gli occhi ridendo e, prendendo un lungo respiro, si sciolse in un bacio umido di lacrime di gioia.

Ancora luce. Un sole caldo attraversava la finestra della stanza di Anna. Quanta confusione quel giorno, quante persone che la baciavano, accarezzavano, stringevano. Quanta ansia, quanta eccitazione vibrare sotto pelle e quel sorriso stampato sul viso da quando si era svegliata. Non riusciva a smettere, temeva che sarebbe rimasto lì per sempre.
Era tutto pronto tranne lei, ancora in vestaglia.
«Dai, su, è il momento.» disse sua madre con dieci anni di meno nel tailleur di seta rosa «Facciamo presto, prima che arrivi il fotografo. Non vorrai farti trovare così!»
«Perché no! Un book sexy per Stefano.»
«Non fare la stupida.» rispose la madre tra l’imbarazzo e il divertimento.
«Va bene.» Anna, ridacchiando, aprì la custodia del vestito, il più bello che avrebbe mai indossato. Si commosse.
«Chiama Daniela, è troppo complicato da mettere ed è così delicato.» disse sfiorandolo con le dita «Mi porti anche qualcosa per il mal di testa?»
«Certo, tesoro, ma cerca di stare tranquilla e vedrai che passerà.»

All’ultima luce era un angelo, un angelo bianco avvolto nel velo. I faretti dilatavano il candore dei suoi contorni e solo quell’unica rosa rossa tra i capelli la rendeva reale.
Anna cercava di capire se era tutto a posto, se mancava qualcosa ma con quel dolore alla testa non riusciva a concentrarsi e… non sorrideva più.
Era come un martello, un pistone che premeva forte, in un solo punto, sempre quello, sempre più forte e ancora di più.
Cosa le stava succedendo? Cos’era? Cosa….
Buio.

Un buio così fondo non si era mai visto, forse solo nello spazio siderale. Cosa ci faceva lì? Non ricordava, non aveva memoria del passato e in un battito di ciglia anche l’ultima immagine era scomparsa.
Anna galleggiava in un Nulla senza suoni, senza odori, senza tempo e dimenticò se stessa.

Stefano entrò nella grande sala.
Dopo tutti quei mesi si era abituato all’innaturale biancore delle luci artificiali. Entrò lentamente; sapeva che non aveva senso passare da lì tutti i giorni, alla stessa ora, parlare con i medici e sentirsi dire sempre le stesse cose, ma non riusciva a rinunciarci.
Si avvicinò al letto. Era così pallida e magra, sembrava una bambina, tranquilla in quel sonno infinito. Come sempre si chinò su di lei, le strinse la mano e sussurrò «Amore».


Anna, persa nel profondo Nulla, all’improvviso vide una gran luce e si ritrovò a correre nel parco. 

domenica 8 ottobre 2017

Doccia fredda #12 Slow cat (esordiente)

La stanza volta a est, luminosa e accogliente, era soggiorno, studio e cucina. Praticamente casa. L’aria, ormai quasi calda a maggio, permetteva di tenere aperte le finestre e dal balcone arrivavano le folate di profumo bianco del gelsomino che stava per fiorire.
Maria cucinava, era la festa della mamma e per festeggiarla venivano tutti a pranzo da lei: figli, nuore e nipoti. Apparecchiava e pensava alla sua di mamma, a quando era lei la figlia, alle domeniche in montagna nella grande casa dello zio, con la stufa, il portico e l’ombra del glicine bianco dalla parte del campanile.
Il campanello, eccoli! Si affacciò sul pianerottolo per guardare dalla grande finestra che dava sul giardino, all’entrata. C’erano già tutti, erano arrivati tutti insieme... Che strano! Il figlio grande, il figlio più piccolo, le mogli, i bambini e il nipote ventenne. Si sentiva vociare, che cosa stavano complottando?
Mi hanno messo in questa scatola, c’è un foro. Per respirare credo. Le pareti sono lisce e bianche, non riesco ad arrampicarmi, cado all’indietro come un salame.
Dove sarà la mia mamma? Non sento più il suo odore, il pelo morbido che mi avvolgeva. Dove mi stanno portando? Ho paura... Sento delle voci. Sembrano due bimbi: uno un po’ più grande dell’altro, ridono. Le loro voci sono dolci, ma non fanno miao come la mia mamma e i miei fratellini.
Aprì il cancello, li sentì salire le scale. I due piccoli erano i primi della fila, davanti il maschietto, cinque anni, e subito dopo la femminuccia che di anni ne aveva dieci. Tenevano in mano una scatola colorata e grande. Facevano fatica a portarla. Ridevano e parlottavano sottovoce.
Vuoi vedere che mi hanno regalato l’impastatrice? − pensò Maria. Sarebbe stata proprio una gran bella idea, visto la fatica che ormai faceva ad impastare la sfoglia.
Le corsero incontro e le allungarono la scatola «Per te nonna! Buona festa della mamma!». Maria si allungò per prenderla e fu allora che sentì un ripetuto e debole...
«Gnaaaooo!»
Hanno aperto ecco, adesso potrei uscire, ma se non mi aiutate... Aspetta, c’è un biglietto sulla scatola. C’è scritto che mi chiamo Oliver. Oliver? Mah? Non sono mica tanto convinto...
«E questo cos’è? un gatto? ma io non lo voglio un gatto! NON.LO.VO.GLIO!»
La frase le uscì di getto dalla gola, la voce strozzata. No, non lo voleva. Non voleva affezionarsi a  qualcuno per poi soffrire di nuovo come ogni volta che aveva amato.
No, non voleva una piccola cosa calda da coccolare, delle zampette a correre in giro per casa, a far cadere vasi, a rosicchiare cuscini e poltrone. No, no, no! Ci rimasero male.
«Pensavamo lo volessi!» dissero insieme le due nuore, mortificate.

«L’altro giorno hai scritto su FB che ci sarebbe voluto un gatto...»
«Cosa c’entra FB? Ne scrivo di puttanate io, tanto per scrivere!» Maria aveva la faccia cattiva, se la sentiva da sola, ma si girò a prendere la teglia dal forno perché non vedessero che stava piangendo. Cacciò indietro le lacrime e non lo guardò più, il gatto, o quello che era, o quello che significava. Lasciò che andasse in giro per casa a esplorare.
Che carino questo posto! Ci sono tanti buoni profumi, sa quasi di mamma e di cibo. Oh e i cuscini! quanti! Adesso corro un po’ di qua e di là per sgranchirmi le zampe. E questi cosi lanosi e morbidi per terra? Mi ci rotolo e se corro mi fanno frenare. Che spasso! ’Spetta che vado a far pipì. Dove l’avranno messa la mia vaschetta? Eccola qua! Aaahhh! Fatto! Mi scappava proprio! Adesso bevo e mangio un po’ di croccantini. Come si chiama questa che sta dando da mangiare a tutti? Devo chiedere, perché sarà lei, credo, che ne darà anche a me...
Il pranzo andò avanti non proprio in silenzio, ma con un po’ di imbarazzo. Tutti tenevano d’occhio il gatto e pure Maria − casomai volesse vendicarsi e metterlo al forno −, cercando di non darlo a vedere e parlando d’altro.
Maria era dispiaciuta per la reazione che aveva avuto, ma davvero non aveva nessuna voglia di rimettersi in ballo con un esserino che sarebbe stato totalmente dipendente da lei. Non era più tempo per amori così. Lo pensava eh, lo pensava davvero. Davvero.
Però che bello che era, e che musetto! Un batuffolo rosso a strisce più chiare. Orecchie e zampe lunghe nonostante non fosse, per ora, più di una ventina di centimetri in tutto. La cosa più buffa era la macchia rossa che spiccava sul muso bianco, proprio come se avesse pucciato, birichino, nel tegame del ragù.
Lo guardò prima di sottecchi, poi più attentamente.
«E poi io lo volevo nero il gatto, non rosso!» sbottò, indisponente. Quel ruvido che quel micio soffice le stava grattando dal cuore, da qualche parte doveva pur uscire, o no? La nuora che glielo aveva procurato saltò su, parlando un po’ in fretta, agitata.
«Non preoccuparti, sono già d’accordo che l’avrei potuto riportare, se tu non lo avessi voluto. Non preoccuparti. Lo riportiamo via».
«Ma no!» protestò la nipotina, «lo teniamo noi, dai papà, possiamo?»
«E come fate a tenerlo voi? Ne avete già due...» brontolò Maria, disapprovando. A dir la verità avrebbe disapprovato qualsiasi proposta, in quel momento, e tutto quel grattare in fondo all’anima, in modo così intimo, e sfacciato, e senza permesso oltretutto... 
Sospirò forte. I famigliari la guardarono, preoccupati. L’ex occupante della scatola però non sembrava impensierito. Se ne fregava lui, passeggiandole sui piedi, carezzandole le gambe con quel ridicolo codino, più efficace della leva di Archimede.
Continuò a guardarlo, sempre più attenta. Lui, il gatto, le girava intorno curioso. Saliva e scendeva dal divano, rotolando sui cuscini, si infilava sotto i mobili, mordicchiava la zanzariera, annusava le scarpe in bagno sul tappetino. Ormai aveva misurato lo spazio in lungo e in largo. E aveva deciso, che sì, questa Maria e questa casa facevano proprio al caso suo.
«Ad ogni modo Oliver, non mi piace. Lo chiamerò Ragù» disse alla fine, cercando di tenere la faccia dura. I suoi sorrisero sotto i baffi, ben attenti a non farsi beccare, ci sarebbe stato tempo per prenderla in giro, un giorno dei prossimi giorni, lenti e felpati, che aveva davanti.

Era il 9 maggio, cominciava un’altra storia d’amore. Maria possedeva un gatto, anzi ne era felicemente e inesorabilmente posseduta.