martedì 22 agosto 2017

Per scrivere un romanzo ci vuole... quanto tempo?

Scrivere un romanzo in... quanto tempo?

Ricapitoliamo. Questo non è un corso di scrittura. Perché per scrivere, oltre a conoscere bene le regole basilari di grammatica italiana, serve avere un talento. E saper scrivere un tema al liceo non equivale ad avere talento. Se il talento c'è, allora va affinato. Come? Leggendo come se non ci fosse un domani. Poi sì, qualche suggerimento può essere utile. E quanto abbiamo fatto fin qui è sostanzialmente dare suggerimenti. Non regole. Insisto su questo punto. Sono arciconvinta che non esista il decalogo per scrivere il bestseller. Non ci sono leggi, non ci sono punti fermi. Le parole sono una materia duttile, si piegano, si adattano, spesso vanno oltre quel che si pensa di voler dire. Le parole sono magia.
Ora mi giunge voce che giri sul web un qualche suggerimento per scrivere un romanzo in dieci giorni e farne un bestseller in un mese. E conosco virtualmente autrici che, usufruendo della grandissima libertà garantita dal self publishing, licenziano un romanzo ogni venti giorni. Il dibattito sul valore di una storia in base ai tempi di gestazione si è immediatamente scatenato con le consuete partigianerie. Io posso, se vi va, portare la mia esperienza personale. Insieme alla mia socia Loredana Falcone abbiamo scritto romanzi per anni, per decenni anche, senza neanche mai pensare alla pubblicazione. Quando qualcuno vi dice di scrivere per sé, per favore, evitate il sopracciglio alzato e il sorriso sardonico. Noi lo abbiamo fatto. Limando, creando, riscrivendo, limando di nuovo senza mai far leggere le nostre cose a nessuno. Abbiamo tentato quando abbiamo capito che la nostra scrittura era matura e poteva affrontare i lettori. E non vi sto invitando ad anni di scrittura matta e disperatissima senza il benché minimo riscontro. Vi sto dicendo che, abituate a gestire con tranquillità i nostri tempi di scrittura, siamo saltate sulla sedia quando ci hanno chiesto di scrivere un romanzo in venti giorni. Non era un concorso. Era una seria proposta editoriale. E il tema era difficile. Il conflitto tra israeliani e palestinesi ai tempi dell'assedio di Ramallah. Anche solo per documentarsi ci sarebbero voluti mesi. E invece... "La guerra dei sordi" ha visto la luce e se vi cogliesse vaghezza di leggerlo lo trovate nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Roma. Siamo soddisfatte? Sì, ma quel romanzo è breve, sulle150 pagine, e si sviluppa in un arco di tempo di una settimana. Facciamo invece un altro esempio tra le nostre produzioni. "Il puzzle di Dio" nasce da un'idea del 1985. Abbandonata e ripresa, con ben altra preparazione, nel 2002. Ci abbiamo lavorato quattro anni. Chi l'ha letto sa che è un romanzo corposo con molte tematiche di grande attualità, dal terrorismo ai foreign fighters, dall'omosessualità alla tutela dell'ambiente, dall'intolleranza religiosa all'apertura mentale nei confronti del potere del nostro cervello e del nostro corpo. Quattro anni, poi una lunga revisione, poi una serie di pareri negativi tra beta reader e agenti letterari. Poi, finalmente, la pubblicazione. Otto anni dopo averlo terminato. Ed è il nostro romanzo di maggior successo anche se nel catalogo della Biblioteca Nazionale di Roma non c'è ancora arrivato. Quale vale di più? Noi li amiamo entrambi ma, da lettrici, ci piacciono le storie di ampio respiro, con cura dei particolari, con personaggi che si facciano conoscere e apprezzare pagina dopo pagina, con trame originali in grado di sorprendere e sovvertire il pensiero comune.
Parliamoci chiaro, per favore. L'ho già detto e lo ripeto. Se i libri si dividono tra belli e brutti, gli autori si dividono tra chi scrive per reale, interna necessità e chi rincorre il mercato, il fanclub, il plot o il genere che assicura le vendite. Non sto facendo classifiche e, insisto, in entrambi i casi la letteratura non c'entra. Si parla di narrativa. Di più, di narrativa d'intrattenimento. Da ombrellone d'estate e da poltrona con tisana calda d'inverno. Può lasciare un segno, un ricordo, un input di riflessione oppure no. Non è questo il punto, o magari sì. Ma nella lettura subentra il gusto e la libertà del lettore. Proprio in questi giorni si è accesa un'altra polemica in rete. Uno scrittore, se ne desume, ha l'obbligo di aver letto alcuni caposaldi della letteratura mondiale. Se non li ha letti, e lo ammette senza eccessivi patemi d'animo, viene additato al pubblico ludibrio. Perché arrogante, perché ignorante, perché privo degli strumenti stessi per poter posare le dita su una tastiera. Ma, per assurdo, tra gli scrittori che sono vissuti prima di Proust - e che quindi non hanno letto "La recherce" - ce ne sarà qualcuno valido o no? Nessuno al mondo potrà mai aver letto tutti tutti tutti i classici che meritano di essere letti. E se appartenete a coloro che preferirebbero noi amanti delle parole e delle storie impegnati a riempire le inevitabili lacune piuttosto che a scrivere, allora cosa ci fate qui?
Un lettore è libero di seguire i propri gusti e dedicarsi all'opera omnia di Nicholas Sparks, per dirne uno che non amo. Un lettore è libero di consumare, perché di questo si tratta, romanzi brevi scritti in dieci giorni e diventati bestseller in un mese. E uno scrittore è, prima di qualsiasi altra cosa, un lettore, ricordate? Però poi subentra l'amore. E per indicizzare al meglio questa riflessione, la butto sul sessuale. Alla sveltina scritta in dieci giorni e letta in venti minuti di autobus affollato, io preferisco un amplesso con tutti i crismi. Voglio godermela. E godermela a lungo. Voglio studiare, scovare suggestioni. Voglio documentarmi. Voglio cambiare idea e delineare nuove svolte e nuovi personaggi. Voglio che il lettore venga portato piano piano al giusto grado di eccitazione. Voglio che viaggi con me e con i miei personaggi e si dimentichi del mondo, della cena, della lavatrice da stendere, delle cose urgenti e quotidiane. Voglio che rallenti quando si rende conto di esserci quasi. E voglio che si tenga stretto al cuore il volume o l'e-reader una volta finito. Ripensando, rivivendo, riflettendo. Voglio che goda come ho fatto io durante la scrittura. Ecco, sapete la differenza tra il romanzo scritto in venti giorni e quello scritto in quattro anni? L'intensità del rapporto. La stessa differenza tra una botta e via e una relazione magari complessa e dolorosa, ma lunga e vissuta fino in fondo.
Nessuno vi può dire quanto sia giusto metterci a scrivere un romanzo. Siete voi a deciderlo. Ma se amate quello che state facendo, se non state rincorrendo il fenomeno editoriale del momento, se non temete che i fan vi dimentichino non vedendo nuove uscite da una settimana all'altra, allora prendetevi il vostro tempo come un amante premuroso e mai sazio. Il lettore se ne accorgerà

venerdì 4 agosto 2017

Di stima, di vendite, di narrativa e di ombrelloni


Giorni fa ho scritto uno status su facebook denunciando la delusione ricavata dalla lettura del racconto di un autore molto considerato il cui uso della consecutio lasciava parecchio a desiderare. Nello status avevo usato il termine stimato e qualche commentatore è venuto a chiedere: "stimato da chi?" Già, chi decide se un autore è degno di stima? Ho risposto che la persona in questione gode della considerazione dei lettori, vende moltissimo, e di conseguenza viene portata in palmo di mano dagli editori. La risposta non è piaciuta e, forse, non piace neanche a me. Ma è la verità. Un mio amico scrittore, ormai frequentatore abituale delle classifiche (quelle vere, non quelle settoriali di Amazon), ama dire che uno scrittore scrive per creare un dialogo. E solo i pazzi amano dialogare da soli. Se lo scrittore non arriva al lettore, anzi ai lettori, possibilmente molti lettori, ha fallito la propria missione. In parole più semplici (e di scrittura semplice parleremo) lo scrittore, per essere tale, deve vendere. Quindi è una questione di mercato? Ebbene sì. Anche chi confonde il congiuntivo con il condizionale nel raccontare le proprie storie, se vende, ha il diritto di considerarsi scrittore e pure stimato. Con buona pace dei miei sarcastici commentatori.
Un giorno, durante un evento voluto da un editore di valore come Francesco Giubilei, ebbi l'ardire di affermare, davanti a una platea di giovani amanti dei libri e di intellettuali, che liquidare con un'alzata di sopracciglio fenomeni editoriali da milioni di copie (Fabio Volo, Federico Moccia all'epoca, J.R. Rowling, Dan Brown, E.L. James, Stephanie Meyer) significa dare dei coglioni - scusate il francesismo - a milioni di persone che si sono prese la briga di comprare un oggetto-libro, o un e-book, e di leggerlo. E che sarebbe molto più intelligente fare uno sforzo di comprensione e chiedersi perché. Ottenni un educato, ma efficace, coro di buuuuuu e mi guadagnai fama di scribacchina alla rincorsa delle classifiche. Non è così, se vi interessa saperlo. Badate, io non sto parlando di valore del testo, del messaggio, dello stile. Se queste cose valessero Luigi Romolo Carrino - tanto per fare nome e cognome - venderebbe come un assassino e avrebbe vinto tutti i premi possibili. Al lettore si arriva anche apostrofando qual è. E creando frasi dove il massimo della complessità sia anteporre il complemento oggetto al verbo e al soggetto: "un vestito bellissimo ho comprato". Che pare uno scimmiottamento dell'intercalare di Montalbano, ma non lo è. E comunque a chi legge non importa. Sì, vi sento. Tutti lì ad alzare la mano per dire "a me sì". Certo. A voi sì. A noi sì. Ma a parecchi altri no, neanche di striscio. Vogliono leggere una storia semplice, rassicurante, di facile comprensione, che non richieda alcuno sforzo e alcuna conoscenza. Altrimenti certi romanzi "storici" con degli anacronismi da rizzare i capelli non avrebbero alcuna chance. E invece...
Ricapitoliamo? I lettori italiani sono pochi. Di questi pochi solo una minima parte pretende una certa qualità, tutti gli altri non ci fanno caso a queste impuntature da intellettuali. Storia interessante? Bene. Scritta coi piedi? E che sarà mai per gente che, spesso, ha difficoltà a decidere dove mettere l'acca nel verbo avere?
E passiamo alle vendite. La narrativa italiana, oggi, viaggia per compartimenti stagni. Le case editrici snobbano e ignorano il fenomeno self - publishing (errore, grosso errore). Le case editrici analogiche (solo cartacei) arricciano l'aristocratico nasino di fronte alle case editrici digitali (solo e-book) e snobbano il print on demand che consente alle digitali di accontentare senza problemi i lettori che amano il cartaceo. Ci sono autori self che vendono migliaia di copie e - udite udite - sono migliaia di copie di e-book, ovvero quelli che a detta di moltissimi addetti ai lavori, non vendono, non decollano, non hanno un futuro. Poi sono le stesse case editrici a spigolare tra quegli autori per trovare il prossimo bestseller andando su un prodotto già testato sui lettori entusiasti. Perché i lettori di e-book esistono e aumentano di giorno in giorno, con buona pace di autori che ritengono di essere di serie A quando il loro testo esce solo in cartaceo. L'idea è che un e-book non si nega a nessuno e che gli editori digitali pubblicano la qualunque, tanto non gli costa niente. Quindi succede che ci siano, di nuovo, sopracciglia alzate quando dici che stai per uscire in e-book. Scatta l'equivalenza e-book = libercolo da ombrellone. E arriviamo all'ultimo punto, ovvero i romanzi e gli scrittori da ombrellone. Se vendi non sei un artista della parola. Se pubblichi in self sei un analfabeta con velleità di scrittura. Se esci in e-book il tuo testo è una cagata. In tutti e tre i casi, sei da ombrellone. Ricordo un editor che, letto un nostro (mio e della socia) testo lo definì "buona narrativa di intrattenimento". E io ne fui felice. Perché, come ha detto Corrado Augias, se Dumas, Hugo e Dickens fossero vivi e attivi oggi sarebbero dei favolosi romanzieri da ombrellone. Loro, Verne, Salgari, tenevano i lettori per le palle e non li mollavano, puntata dopo puntata, colpo di scena dopo colpo di scena. Roba dozzinale? La leggiamo ancora oggi e con supremo godimento.
E se mi dite che i lettori di allora erano di un rango superiore rispetto a quelli di oggi, porto a esempio mia nonna Caterina. Classe 1916, titolo di studio terzo elementare. Adorava leggere e fu sei la prima a mettermi in mano una copia vetusta de "I tre moschettieri" di Dumas, per poi passare a "Il conte di Montecristo". E parlava dei personaggi come fossero cari parenti per i quali palpitare. Ecco. Avercene lettori così.

lunedì 31 luglio 2017

Questo NON è un corso di scrittura #12

12 Stereotipi? No grazie

Siamo alla fine. Dodici come le rose, queste chiacchierate che mi sono concessa. Poi, chissà, potrei produrre dei corollari ma oggi voglio parlarvi di un tema che mi sta particolarmente a cuore: la propagazione degli stereotipi di genere in narrativa. Sia chiaro, parliamo di narrativa di intrattenimento. Una branca dello scrivere più che degna perché, alla fin fine, la lettura è, tra le molte altre cose, evasione. Quindi nessuno impone allo scrittore o alla scrittrice di trovare una risposta univoca ai grandi quesiti dell’esistenza o di fornire una soluzione ai problemi dell’umanità. Ma.
Scrivere e pubblicare significa lanciare un messaggio. Volenti o nolenti. Scrivere e pubblicare non è un modo per mettere “scrittore” tra nome e cognome sul profilo facebook. Scrivere e pubblicare non è un modo per guadagnarsi il quarto d’ora di felicità, il primo posto in classifica su Amazon per ben cinque minuti cinque, un centinaio di like e una messe di cuoricini palpitanti dal fan club. Scrivere e pubblicare è una responsabilità. Non ci si chiede, solo, di saper usare una tecnica narrativa leggermente al di sopra del tema scolastico di quinta liceo. Non ci si chiede, solo, di usare una sintassi corretta e di non apostrofare qual è. Non ci si chiede, solo, originalità e credibilità nella trama. Diciamo che, di fondo, ci si chiede di collegare il cervello alla tastiera. E di riflettere su ciò che andiamo a raccontare.
Ora, chi mi conosce lo sa, ho cominciato a undici anni a incazzarmi contro i plot dove la donna mandava a quel paese lavoro e carriera pur di farsi impalmare dal belloccio di turno e sfornargli torte, figli e lasagne in parti uguali. Quando leggevo Salgari, io volevo essere Sandokan, non quella sfigata di Lady Marianna, volevo essere il Corsaro Nero, non quella poveretta di Honorata Van Gould. Volevo essere Jolanda, la figlia del Corsaro Nero. Mi innamorai di Jo, in Piccole donne. I maschi, e le femmine lasciate libere di esprimersi, nei romanzi si divertono molto di più. Sognavo, fin da piccola, un cowboy con le maniche della camicia rimboccate che fissava la sagoma della sua donna, a cavallo, allontanarsi verso l’orizzonte. E, da adulta, questa storia sono riuscita a raccontarla, insieme alla mia socia. Gli stereotipi, e i personaggi stereotipati, mi danno il voltastomaco.
Se state pensando che protagoniste indipendenti e capaci di ragionare con la propria testa segnino la fine del genere rosa, vi sbagliate.
Le storie d’amore sono alla base della narrativa mondiale fin dai primordi. Adamo ama Eva, per lei - ci raccontano - molla il Paradiso Terrestre. Perché quella sciocchina si fa infinocchiare dal serpente. Oppure, dico io, perché se ti dicono di non toccare una cosa, probabilmente quella è l’unica cosa che valga la pena toccare. Eva sceglie la conoscenza, ma la Bibbia l’hanno scritta i maschi, e quindi… eccola trasformata nell’esempio principe di donna incapace e combinaguai. Che è poi lo stereotipo per eccellenza.
Nella narrativa rosa e chick-lit è tutto un fiorire di donne che, sì, lavorano e, sì, hanno successo e soldi e, sì, ricoprono anche ruoli di responsabilità. Ma, udite udite, sono cretine.
Sono cretine perché guidano auto di lusso ma non le sanno parcheggiare, non hanno idea di come funzionino, non sanno cambiare una gomma, figurarsi tenere a mente a cosa serve la lucina che segnala: metti l’olio, oca giuliva, o fondo la testata.
Sono cretine perché partono per visionare uno stabilimento di lavorazione di pellicce di orso polare a un passo dal Circolo Polare Artico e si presentano con tacco dodici, calze 10 denari, tailleur manageriale e trolley minimal, rosa fucsia, ovvio.
Sono cretine perché a loro cade di tutto: il caffè sulla camicetta, il faldone con i documenti del più controverso caso legale mai disputato, il vassoio con tutto il pranzo a mensa, il raccoglitore con le fiale del più micidiale virus artificiale mai creato. Perché? Se non vi basta che siano cretine, aggiungiamo che hanno i tacchi troppo alti, la gonna troppo stretta, troppi oggetti da tenere in bilico - e che non manchi uno specchietto per passarsi il lip-stick - oppure tutti questi motivi più uno. Lui.
Lui è un fico stratosferico. Non importa la collocazione professionale, l’epoca, il luogo, il contesto. Lui è fico. Spalle da nuotatore, addominali scolpiti - se è vestito, lei li coglie lo stesso - cosce muscolose, pacco in evidenza, sguardo assassino e sorriso inderogabilmente da canaglia. E lei, mentre le cade di mano la provetta che può sterminare l’umanità sul pianeta, cosa fa? Si bagna. Non date retta alle pubblicità. I salvaslip non servono per eventuali problemi di incontinenza o strascichi mestruali. Servono nel caso in cui il vostro sguardo incroci LUI e vi porti a estemporanee liquide eccitazioni sessuali.
State per dire che questo genere di situazioni attiene al romance e che il romance ha le sue regole, lo so. Ma che io sappia nessuna regola inderogabile stabilisce che la protagonista debba essere irrimediabilmente stupida.
Esistono le storie d’amore con protagonisti credibili, realistici, sfaccettati. E non tutte inciampano nei propri piedi, si mordono le labbra, si bagnano e strappano contratti di lavoro a tempo indeterminato pur di seguire lui e fargli da colf, finché morte non li separi.
Le protagoniste vere si innamorano, possono decidere di dedicarsi alla casa e ai figli, possono perdere la testa… possono sbagliarsi clamorosamente e scegliere proprio l’uomo dal quale avrebbero dovuto scappare a gambe levate. Tutto può accadere in una storia di fantasia. Ma voi autori e autrici dovete essere responsabili di quello che scrivete e di ciò che lasciate tra le righe.
Una donna può innamorarsi di chi l’ha picchiata e stuprata?
Una donna può interpretare violenza e umiliazione come una manifestazione d’amore?
Una donna può guardare l’uomo che sta per farle molto, ma molto male, e pensare che è bellissimo?
No. La risposta, l’unica risposta giusta, è no.
Scrivete il cosiddetto dark romance? Vi piace raccontare di rapporti basati su violazione, sopraffazione, umiliazione? Fatelo. Ma quel romance affiancato a dark è peggio di uno stereotipo. È una menzogna. Non c’è amore, non c’è romanticismo, non c’è consapevole scelta, non c’è rispetto reciproco. E non è giusto, non è accettabile che un certo genere di libri possa finire tra le mani di ragazzi e ragazze e plasmare la loro idea di rapporti tra i sessi. Esistono le donne intelligenti e capaci e gli uomini superficiali e vanesi. Esistono le persone e un autore o un’autrice ha la possibilità di creare vite, caratteri, personalità. Belle o brutte che siano. Buone o malvage. Ma, per piacere, non stereotipate, prevedibili, artificiali. I lettori non sono sciocchi. E se capita che siano distratti è bene riportarli alla realtà. Che può essere dura e spiacevole, ma cretina no.

venerdì 21 luglio 2017

Questo NON è un corso di scrittura #11

11 Quel che vuole il mercato

Vi avverto: non sono convinta che questa specifica NON lezione possa avere una qualche utilità. Io ve l’ho detto.
Il mercato. La prima volta che mi hanno detto che un libro altro non è che un prodotto, esattamente come un detersivo, un elettrodomestico, una pattumiera, ho reagito come un credente osservante di fronte a una sanguinosa bestemmia. Eppure è così. Le case editrici sono imprese a scopo di lucro. I libri sono prodotti e a dettare le regole è il mercato. La regola numero uno è quella della domanda e dell’offerta. Quel che i lettori domandano, quello e non altro gli si deve offrire. Quindi la domanda regina è: cosa vogliono i lettori? O, meglio ancora, i lettori sanno cosa vogliono? Prima della Rowling nessun lettore era consapevole di voler tornare a credere nella magia. Prima della Meyer nessun lettore immaginava di preferire vampiri “vegetariani”, romantici e glitterati. Prima della James nessun lettore sapeva di aspirare, nel profondo, a farsi appendere al soffitto di una stanza dalle pareti rosse per farsi ridurre le chiappe più rosse delle pareti. Qualcosa non vi torna? Neanche a me. Perché, se ci pensate, il mercato è sempre un passo indietro rispetto a ciò che i lettori vogliono. Il mercato si mette in scia. Esplode il fenomeno Harry Potter e le case editrici vogliono maghi, streghe, oscuri signori e oscuri incantesimi. Tutti si innamorato di Edward Cullen e le case editrici vogliono solo personaggi con canini ipertrofici. Christian Grey fa mugolare Anastasia, oltre che milioni di lettrici, e le case editrici diventano succursali di sexy shop e videoteche porno. Normali dinamiche di mercato. Ma un autore, un vero autore, dovrebbe aspirare a lanciare un genere, non a inseguirlo. Rowling, Meyer e James non hanno scritto quel che voleva il mercato. Hanno seguito il proprio istinto. E non venitemi a dire che le signore in questione non sono Hemingway, Atwood o Steinbeck. Non stiamo parlando di valore letterario, perché non ha senso parlarne. Cosa sarà letteratura non lo decidiamo noi, così come non decidiamo quale canzone resterà nella storia della musica. Lo scopriremo solo vivendo, ascoltando e leggendo, ovviamente. Ma questa cosa del mercato e dei libri come prodotto è vera, sì, però non potete pretendere che mi piaccia. Perché correre dietro alle mode è, per come la vedo io, un tradimento bello e buono. Nei confronti di se stessi. Sono giornalista, lo sapete. E il mio lavoro mi obbliga a scrivere, in modo  dignitoso, di qualsiasi argomento. Lo so fare? Sì. Sarei in grado di farlo narrativamente parlando? Certo. Ma non voglio, capite? Perché prima che scrivere, amo leggere. E, da lettrice, non voglio essere presa per i fondelli. Confesso che “Il codice da Vinci” di Dan Brown mi ha divertita. Ma nessuno dei suoi epigoni scatenati tra archivi vaticani, biblioteche segrete, simboli arcani e libri maledetti mi ha avuta. E prima che me lo veniate a dire voi, sì, io non faccio testo. In quanto addetta ai lavori non posso essere un esempio di lettore/lettrice medio/a. Pare che l’entità neutra LM (lettore medio) cerchi nella lettura distrazione, conforto, protezione, svago, conferma delle proprie convinzioni e delle proprie conoscenze. Quindi, sull’altare dell’entità LM, il mercato vuole scrittura semplice, parole di uso corrente, sintassi ridotta all’osso, plot consolidati, personaggi perfettamente aderenti agli stereotipi correnti. Nel giallo l’entità LM cerca la certezza della pena; nel noir la conferma che i cattivi sono negli Stati Uniti e in Svezia; nel mainstream che la crisi dei trentenni si perpetua nei quarantenni e nei cinquantenni e che si cura col sesso, meglio se intellettuale; nell’erotico che è comune e quasi auspicabile anelare a farsi mettere la museruola; nel romance che essere imbranate e bisognose di protezione è il viatico giusto per accaparrarsi lo stronzo fascinoso e riprogrammarlo in coniuge devoto. Questo vuole il mercato. Perché questo cerca l’entità LM. Se questi argomenti/cliché sono nelle vostre corde, avviate i motori. E sperate che, nel frattempo, non giunga un altro autore che se ne fotte del mercato e dia il via a una nuova moda.



giovedì 29 giugno 2017

Questo NON è un corso di scrittura #10

La serialità, editori e lettori la vogliono, ma…

Ebbene sì, siamo alla decima NON lezione e affrontiamo un tema che poi ci condurrà a una riflessione sul mercato editoriale. No, non voglio che entriate in depressione, ma ci sono cose delle quali non si può non parlare. E la serialità è una di queste. Avete mai contattato un agente letterario? Io sì, più di uno, per la verità. E l’esperienza, con tutto il rispetto per la categoria che immagino sia formata da persone serie, è stata più che inutile deleteria. Introduco la questione agente perché sto per farvi vivere un dialogo telefonico che risale a qualche anno fa.
  • Pronto, buongiorno, sono Laura Costantini, ho avuto il suo numero da XYZ, siamo amici. Vorrei sottoporle un nostro manoscritto. Mio e di Loredana Falcone. Sa, noi scriviamo a quattro mani e...
  • Uhm. Che genere trattate?
  • Beh, veramente ne abbiamo trattati molti.
  • Sbagliato. Uno scrittore non deve confondere il lettore.
  • Capisco, però noi preferiamo non confinarci in un genere specifico perché rischiamo di annoiarci.
  • Il noir, adesso va il noir. Non per molto ancora, la parabola è discendente. Il vostro è un noir?
  • No, veramente è un romanzo storico ambientato nel Messico di Benito Juarez, c’è una giovane giornalista che…
  • Uhm, storico. Ma è fiction?
  • Scusi?
  • C’è fiction? Personaggi inventati? La gente con lo storico si annoia.
  • Certo che sono inventati. Lo sfondo è storico, ma la protagonista è una giovane giornalista italiana che…
  • È seriale?
  • Scusi?
  • Prevede un seguito? Ci sono altre vicende della giornalista?
  • Veramente no. È una vicenda chiusa.
  • Alla gente piace ritrovare protagonisti che già conosce. Vuole il personaggio seriale.
  • Beh, noi avremmo scritto due gialli che hanno per protagonisti una coppia di investigatori, un giornalista e un carabiniere.
  • Gay?
  • No, sono solo amici.
  • Uhm, i gialli stanno annoiando, ma si può vedere. Mandatemi i testi.
  • Veramente sono già pubblicati.
  • Ne avete uno nuovo con gli stessi personaggi?
  • No.
  • Allora, chiariamoci. Dovete decidere cosa volete essere. Se scrivete storico, scrivete solo storico. Se scrivete giallo, scrivete solo giallo. In ogni caso prevedete una serialità. Mai esaurire la vicenda in un unico romanzo. Almeno tre, se sono di più è meglio. Se c’è una storia d’amore è meglio. Se ci sono ostacoli e antagonisti è meglio. Il lettore va tenuto sul filo del rasoio.
  • Sì, però, vede, noi volevamo capire se questo romanzo storico…
  • Ok, avete deciso per lo storico. Allora vi presento come scrittrici di romanzi storici. Mi mandi il manoscritto e vediamo cosa si può fare. Ma vi avviso, è difficile. Le case editrici puntano altro. Storie contemporanee, seriali, un po’ tipo fiction televisiva. Ecco, perché non buttate giù un progetto editoriale seriale sulla falsa riga di una fiction? Siete in grado?

Ahinoi, rispondemmo di sì. Lavorammo strenuamente per elaborare la sinossi di tre volumi. Storia contemporanea, intreccio di amori adolescenziali e non, elemento giallo e segreto da scoprire, titolo accattivante e profonda aderenza alla realtà con tutte le problematiche correlate. Glielo sottoponiamo durante un incontro spostato d’orario e di location tre volte per venire incontro ai suoi impegni di agente del profondo nord in trasferta romana. Scorre, legge, scuote la testa, boccia. “Troppo televisivo” il verdetto. Il romanzo storico sul Messico poi è stato pubblicato, ma non grazie all’intervento dell’esimio agente.
Tutto questo per dire che il risultato non è lo stesso se si va da A a Z oppure da Z ad A. Mettiamo che scriviate una storia e vi innamoriate del protagonista. Mettiamo che vi rendiate conto che, al di là della vicenda in cui lo avete inserito, quel protagonista ha ancora molte cose da dirvi. Mettiamo che scopriate di avere per le mani un protagonista seriale, che pare una cosa Criminal Minds ma invece è, come abbiamo visto, molto positiva. Siete andati da A a Z e se il pubblico dei lettori si innamora come avete fatto voi del vostro personaggio, complimenti, avete vinto la scommessa.
Mettiamo invece che vi rendiate conto, da Harry Potter a Twilight, da Hunger Games a Rocco Schiavone, da Montalbano al commissario Ricciardi, che il personaggio seriale funziona. E che decidiate, a tavolino, di creare il vostro maghetto o vampiro o eroina distopica o commissario tormentato per poi costruirgli attorno storie, indagini, peripezie, amori. Andreste da Z ad A e, secondo il mio modesto parere, non funziona. Perché per reggere la serialità l’idea deve essere o estremamente banale oppure del tutto originale e il personaggio, maschio o femmina che sia, deve essere vero. Potreste contestare che, alla fine dei conti, tutti i personaggi sono costruiti a tavolino. Ne abbiamo parlato anche in queste nostre chiacchierate. Ma, ricordate?, ho una concezione della scrittura molto spiritual-animista. E credo che da qualche parte esistano sul serio tutti i personaggi che noi scribacchini mettiamo su carta. Esistono prima che li mettiamo su carta e sono loro a chiederci di raccontare la loro storia in uno o in cento volumi. Se siamo noi a deciderlo, ciò che ne risulterà sarà un progetto editoriale. Qualcosa di costruito. Venderà? Può darsi. Ma non resterà e, soprattutto, vi obbligherà a scrivere una serie di storie senza cuore, senza anima. Mi viene da dire senza valore. Per questo non pretendo di fare corsi di scrittura creativa. Se volete il consiglio giusto per diventare ricchi e famosi, non cercatelo qui.

sabato 17 giugno 2017

Questo NON è un corso di scrittura #9

Un posto e un tempo e un modo per scrivere


“Una donna deve avere soldi e una stanza suoi propri se vuole scrivere romanzi.” Così scrisse Virginia Woolf e chi mi conosce sa che ho riflettuto parecchio, attraverso un saggio, sulle (maggiori) difficoltà che una donna incontra nell’affrontare la strada della narrativa. Ma questo non significa che, oggi soprattutto, avere un posto per scrivere e il tempo e il modo per farlo non sia difficile per tutti, uomini e donne. Di libri non si vive, nel senso che non ci si pagano le bollette. C’è chi ci riesce e va ben oltre, ma sono pochi, credetemi. Quelli che possono farsi scrivere sulla carta d’identità professione scrittore in Italia si contano sulle dita di una mano. Perfino Umberto Eco era, soprattutto, docente universitario e semiologo. Poi, certo, possiamo distinguere tra chi si guadagna da vivere con professioni che con la scrittura hanno un qualche legame (docenti, giornalisti, sceneggiatori, autori televisivi, avvocati, anche medici) e chi invece sbarca il lunario svolgendo lavori che normalmente non metteremmo accanto alla scrittura. Commercianti, artigiani, impiegati, operai, casalinghe. Ma che si sia intellettuali o meno, tutti abbiamo bisogno di un posto, di un tempo e di un modo per dare voce alle storie che ci sussurranno nell’orecchio. Potrei raccontarvi dell’autoproclamato intellettuale che definì la mia metaforica penna prostituita perché mi guadagno da vivere con il giornalismo. A suo parere un vero scrittore avrebbe dovuto usare le parole solo per l’arte. E guadagnarsi da vivere, nel mio caso in quanto donna, facendo le pulizie in attesa del successo. D’altro canto perfino Abraham Yehoshua, nel suo “Il lettore allo specchio”, sconsigliava vivamente agli scrittori di esercitare il giornalismo in quanto contaminante della scrittura. Ma questo è un altro discorso. Quindi veniamo a noi. Nei decaloghi e nei corsi che vedo spuntare dappertutto in Rete trovo spesso la regola in base alla quale per scrivere bene bisogna scrivere molto, quotidianamente e con costanza. Tipo: ti alzi la mattina, risveglio muscolare e stretching, colazione, funzioni fisiologiche, abluzioni, almeno 4000 battute spazi inclusi e poi si va a lavoro. La scrittura non diversamente dagli addominali da irrobustire e i glutei da rassodare. Quando leggo cose del genere sono incerta tra lo sghignazzo, l’imprecazione o il pianto. So che esiste anche un sito, un contest, una roba su Internet dove ti iscrivi e scommetti con te stesso che scriverai totmila battute entro la fine del mese. C’è chi lo trova utile. Non discuto, ma mi sembra una bestemmia. Totmila battute di che? E se non hai una storia? E se la storia ce l’hai ma ti manca l’ispirazione? L’ispirazione… la parola magica. Scrivi anche se non hai l’ispirazione, leggo in giro. Non sai che scrivere, ma siediti comunque alla tastiera, leggo ancora. E giù consigli su come sconfiggere il trauma da pagina bianca. Pare che agli scrittori, quelli veri, quelli con foto in quarta di copertina in bianco e nero, lo sguardo perso nell’infinito, l’espressione dolente e il peso della responsabilità tutto buttato sulla mano che regge il mento, abbiano affrontato almeno una volta lo spauracchio del cursore che lampeggia e dello schermo che non si riempie di parole. Non mi è mai capitato. E anche per questo non tengo corsi di scrittura. Perché, vedete, io sono convinta che non esista un luogo e un tempo per scrivere. Ogni luogo e ogni tempo è adatto. Chi mi conosce sa che la mia scrittura a quattro mani con la socia Loredana Falcone avviene nella sua cucina. Entrano i figli, squilla il telefono, torna il marito dal lavoro, si deve preparare la cena. Eppure scriviamo. Forse perché quell’appuntamento siamo costrette a concedercelo solo una volta alla settimana. Poche ore, concentrate. Quanto scriviamo? Dipende, alle volte anche sette/otto cartelle di word, arial corpo 12. Sono parecchie battute, ma non le ho mai contate. Non ne capisco il senso. Mi piacerebbe avere una stanza con una bella vista, una bella scrivania e nessuno che venga a interrompere il flusso creativo? Sì. A chi non piacerebbe? Ma la scrittura non ha regole. Stephen King dice di dedicare almeno otto ore al giorno alla scrittura e c’è ancora chi è convinto che non possa aver scritto lui tutti i suoi libri. Datemi otto ore al giorno di scrittura, salvo riposi settimanali, e la quantità è assicurata. Sulla qualità lascio ad altri il giudizio ma non amo l’idea di scrivere usando semplicemente il mestiere piuttosto che l’ispirazione. Per mestiere intendo la capacità di scrivere qualcosa di corretto e apprezzabile su qualsiasi argomento e in qualsiasi momento. La vituperata professione giornalistica questo richiede e questo insegna. Ma amare una storia, sentirla dentro è altro. È come una storia d’amore e di passione. È trovarsi in fila alla cassa del supermercato e pensare a come sviluppare una scena. È essere a lavoro e aver bisogno di appuntarsi un’idea. È aspettare il giorno, l’ora e l’occasione per avere davanti una tastiera e scrivere come se ne andasse della propria vita. Non vi sto parlando di sofferenza, sia chiaro. Sto parlando di gioia, di realizzazione. Di rubare ore e minuti. Di sentirsi in colpa per tutto ciò che si trascura. E fregarsene. Un tavolo, una sedia, un computer, un tablet, un quaderno, una penna, perfino una fermata d’auto o un sedile in treno. La conosciamo tutti la storia della Rowling che matura l’idea di Harry Potter in treno e scrive il primo volume seduta al tavolino di un bar di Edimburgo. Non le è servito un posto preciso. Le è servito l’amore per una storia che ha lasciato il segno nella narrativa mondiale. Se avete un’idea, sviluppatela. Se avete una storia, scrivetela. Dove potete, quando potete, come potete. Va bene tutto, se è vero amore. Avremo modo di parlare, in una delle prossime NON lezioni, del farsi dettare generi, argomenti e storie dal mercato. Lo fanno in tanti e in tante, inseguendo vampiri, frustini sadomaso, maghetti, templari, biblioteche maledette e Bridget Jones a caccia di marito. Funziona? Forse, ma propenderei per il no, perché con i tempi dell’editoria si arriva sempre a epidemia esaurita. Darsi una disciplina nello scrivere, mettersi alla tastiera per la dose quotidiana di battute, purché sia… Non lo so, in tutta sincerità credo di avere una visione fin troppo poetica dello scrivere. Mi viene da pensare che puoi anche frequentare Hogwarts (lo avete letto Harry Potter, vero?), ma se non hai il quid nessuna bacchetta magica, nessuna regoletta, nessuna seduta forzata potrà donarti la magia di una storia che scaturisce impetuosa e non ti lascia neanche il tempo di respirare. E, occhio, non sto dicendo che se la storia vi ha catturati e costretti a buttar giù migliaia di cartelle sia valida e pronta per la pubblicazione. Ma è la vostra storia. Voleva voi. E voi avete trovato il posto, il modo e il tempo per prestarle ascolto.

sabato 3 giugno 2017

Questo NON è un corso di scrittura #8

Ambientazioni futuristiche o fantastiche e documentazione

Lo so cosa state pensando. Se scrivo fantascienza o fantasy posso suonarmela e cantarmela come meglio mi aggrada e nessuno può contestarmi niente perché sulla mia invenzione, sul mondo che ho immaginato e sui poteri dei miei personaggi sono io il solo a decidere. Giusto. E sbagliato. Sbagliatissimo. Se avete mai provato a scrivere il genere fantascientifico o quello fantasy, seriamente intendo, sapete di cosa parlo.
Cerchiamo di fare degli esempi concreti e di capire che senso ha la documentazione in questi specifici generi narrativi. E partiamo dalla fantascienza che, personalmente, adoro.
Mi capita di leggere il romanzo “Arma Inferno - il mastro di forgia” di Fabio Carta. Se amate le atmosfere alla “Dune” (avete letto “Dune” di Herbert, vero?), vi piacerà. Ebbene, Carta impiega qualcosa come una quarantina di pagine per spiegarci nel dettaglio tecnico com’è fatto, come funziona e come viene costruito uno zodion, una specie di monociclo da combattimento che la sua fantasia ha visto. E creato e reso reale. Tra giroscopi e differenziali è evidente anche al profano che Carta sa esattamente di cosa sta parlando, ergo ha studiato. Oppure ha attinto alle proprie conoscenze perché, magari, è un ingegnere oltre che uno scrittore dalla cultura impressionante.
Se affrontate la fantascienza classica (io la chiamo così), quella con le astronavi, i pianeti popolati da altre forme di vita, le battaglie stellari tra Star Trek, Star Wars o Battle Star Galactica oppure, per rimanere nella narrativa, “Fanteria dello spazio” di Robert A. Heinlein (lo avete letto, giusto?), un’infarinatura scientifico-tecnica è imprescindibile per essere credibili. Parsec, anni luce, composizione dell’atmosfera, angolo di entrata nella stessa quando si arriva dallo spazio, orbite geo-stazionarie e non, perielio e afelio, gravità, pressione atmosferica… Vi è passata la voglia? Beh, ma la fantascienza non è solo questo. Si diffonde in mille rivoli e potete sbizzarrirvi restando coi piedi ben piantati sulla cara vecchia Terra e affrontare il sempre valido plot delle origini spaziali della razza umana. Una cosa alla Stargate, avete presente? Potrete attingere a piene mani alla cripto-archeologia e saccheggiare gli spunti forniti da Peter Kolosimo di cui vi consiglio lo splendido “Astronavi sulla preistoria”. C’è un mondo nel mondo da scoprire, ma anche qui non si sfugge al discorso documentazione. E più leggerete e approfondirete e più avrete voglia di continuare a scavare.
Non fa per voi? Potreste puntare al discorso possessione aliena. “Host” di Stephenie Meyer (sì, è quella di Twilitght) ne è uno splendido esempio: una razza aliena, sostanzialmente pacifica, sta parassitando la razza umana. Si appropria dei corpi, cancella la personalità e vive l’esistenza dell’ospite. Ma succede che alcune personalità possano essere più riottose delle altre e contendere il cervello all’ospite. Ve lo consiglio e se vi state chiedendo che tipo di documentazione sia stata necessaria in questo caso, vi accontento subito: conformazione del cervello, per cominciare. E, attenzione, coerenza a ciò che si è creato. Se la presenza dell’ospite in un corpo altrimenti umano si manifesta con una precisa caratteristica, da quella non potete prescindere mentre la vostra narrazione procede. Chi scrive sa che spesso e volentieri il nemico principale siamo proprio noi stessi che ci creiamo un recinto e poi non riusciamo più a gestirlo. Più l’idea è originale e intrigante, più sarà difficile da gestire a meno di non voler incorrere in errori terribili. Un esempio cinematografico. Nell’ultimo capitolo di Star Wars (non Rogue One) esiste un dispositivo che succhia l’energia dai soli per usarla per distruggere pianeti. E va bene. Ed è situato su un pianeta che si sposta nello spazio. E va bene. Ma avete idea di cosa succede di un sistema solare quando la stella che lo regge viene fatta collassare artificialmente togliendole l’energia e, di fatto, spegnendola? Fine dell’attrazione gravitazionale per come si era creato il sistema, fine delle orbite, cataclismi, un vero e proprio collasso sistemico che distruggerebbe tutto, compreso quel pianeta ambulante che vampirizza soli. Ma a Star Wars tutto si perdona, giusto? Ecco, a voi no.

E adesso passiamo al fantasy e so che mi state aspettando al varco con la bibliografia necessaria per aver ben presente cosa mangiano gli elfi e cosa infastidisce da morire i nani. Ebbene no, Non esiste una bibliografia vera e propria. Esiste “Il signore degli anelli” di J.R.R. Tolkien, però. Ed esiste, anche, la saga di “Harry Potter” di J. R. Rowling. Vi cito questi due perché li conosco bene, ma sono certa che ce ne siano mille altri cui è possibile rifarsi per capire che il vero discrimine di un’ambientazione fantasy è la coerenza interna. Se state leggendo il capolavoro di Tolkien, in quanto lettori state accettando che esistano orchi, elfi, hobbit, nani, urukai, stregoni, la Contea, il monte Fato e Gollum. Voi sapete che tutto ciò non esiste, ma lo accettate come ambito in cui si svolge la vicenda. A patto che la vicenda abbia una propria coerenza interna dove ognuno agisca in base alle premesse e alle prerogative che l’autore gli ha affidato. Una delle cose che non vengono perdonate ai film tratti dal prequel tolkeniano “Lo hobbit” è l’elfa che si innamora del nano. Perché gli elfi di Tolkien non si innamorano dei nani. Al massimo degli umani e sono comunque guai grossi. In “Harry Potter” il potere dei Dissennatori è enorme, ma un buon Patronus funziona come deterrente. Non esistono altre armi, quindi un eroe depresso soccomberà per forza di cose di fronte alla manifestazione metafisica dell’infelicità, ché questo alla fine è un dissennatore. Noi lo sappiamo e quindi tifiamo perché l’incanto Patronus, che non esiste, funzioni. Di sicuro non speriamo che arrivi un centauro imbufalito a prendere a zoccolate il dissennatore. Perché non è così che funziona. Coerenza interna. Ci siete? Bene, questo significa che prima di cominciare a raccontare la vostra storia fantastica, abbiate ben chiare le leggi che intendete infliggere al mondo che state per creare, ai vostri personaggi e a voi stessi. Vi maledirete mille volte, dopo. Ma nessuno, meno che mai io, ha mai detto che raccontare storie sia facile.