sabato 26 maggio 2018

FalconeCostantini: Torrespaccata





TORRESPACCATA

Lo so che l’ho promesso, ma stamattina non posso evitarmelo. C’è il compito di latino alla prima ora e se lo salto la prof non mi grazia. Ergo attraverso il prato. E l’accampamento degli zingari. Fortuna che mia madre non mi può vedere dalla finestra, sta già rifacendo i letti. E’ da quando ci siamo trasferiti qui, a Torrespaccata, che mi ammorba con la storia degli zingari che rapiscono i bambini. Hai voglia a dirle che ormai ho quindici anni e non sono una sprovveduta. Lei pretenderebbe che mi alzassi mezzora prima, per raggiungere una fermata “sicura”.
Esco dal portone come un proiettile, la tolfa che mi sbatacchia sul fianco, il maledetto vocabolario che pesa come un mattone e rischio di farmela in scivolata fino al cancello. Pure stanotte ha gelato. Non succedeva quando stavamo alla Pineta Sacchetti. Qui in periferia ci sono troppi spazi aperti, troppi prati e un freddo da farsela addosso. Va beh, che vuoi pretendere. Questa fino a dieci anni fa era aperta campagna, poi sono arrivati i palazzinari a tirare su ‘sti dormitori. Tante case tutte uguali, un garage per chiesa e se vuoi un paio di jeans l’unica possibilità è il mercatino.
Alzo lo sguardo verso viale dei Romanisti. Alla fermata del 156 non c’è neanche uno straccio di studente, possibile che sono l’unica ritardataria? Ci manca solo che quella laggiù sia la signora Costantino. Se dice a mia madre che ho attraversato il prato al muretto non ci scendo più per un mese e Claudio me lo frega quella stronza di Lucilla.
Ci siamo, l’erba scrocchia sotto la para delle polacchette. Il freddo mi trapassa i piedi e il fiato si condensa. Potrei anche fumare, tanto chi si accorgerebbe della differenza. Cerco di affrettare il passo slittando sul sentiero di terra ghiacciata che taglia proprio in mezzo all’accampamento. Le roulotte in circolo, come i carri di un film western. I resti di un paio di falò che ancora fumigano. Non c’è un’anima in giro e vorrei dirlo a mia madre: con questo freddo e a quest’ora non escono neanche gli zingari per andare a caccia di bambini.
“Ciao bella… fa freddo eh?”
Sbuca da dietro un vecchio furgone Volkswagen e finisce di gelarmi il sangue nelle vene. E’ più basso di me, indossa una camicia e un paio di pantaloni di panno. E’ sporco ma ha i capelli pettinati all’indietro e una sigaretta all’angolo della bocca. Potrebbe avere dai dodici ai venticinque anni. Io mi blocco sul posto. Il gelo che sale dalle suole, la tentazione di voltarmi verso le finestre di casa per vedere se mia madre, tante volte…
“Come ti chiami?”, insiste. Decido di rispondere, così capisce che non ho paura.
“Annalucia.”
“Ianu”, si presenta e per fortuna non mi tende la mano. “Vai a scuola?”
Ci mancava lo zingaro in vena di chiacchiere.
“Si, e sono in ritardo. Che c’è problema se passo in mezzo?”
Ridicola, sono già in mezzo.
“Qui è sicuro, e poi ci sono io. Dai, t’accompagno.”
Schiaccia la sigaretta sotto al tacco e infila le mani in tasca pronto a mettersi al mio fianco. Aspetta solo un cenno. Stavolta mi giro verso le mie finestre. Se mia madre mi vede a passeggio con uno zingaro, da domani m’accompagna a scuola… meglio essere rapita.
“Niente paura, noi non portiamo via i bambini.”
Accrocco una risata di superiorità.
“Io non vedo bambini in giro.”
“Neanch’io”, risponde e non so perché mi viene da stringermi nell’eskimo.

L’eskimo non lo porto più ma la fermata dell’autobus c’è ancora. Scendo e mi guardo intorno. Trent’anni dopo i palazzi sono tutti lì. Qualcuno ha la cortina scolorita, tutti hanno le finestre dei primi piani sigillate da inferriate. Sui balconi non più gerani ma un fiorire di parabole e condizionatori. E le veneziane che riempivano di crepitii la mia estate… sono sparite. Adesso le tende sono di tela a strisce. Le vedo arrotolate in alto. E’ inverno, ma l’erba non scricchiola più sotto i piedi mentre attraverso il parco. Panchine e giochi per i bambini occupano lo spazio che un tempo era dei rom. Non so di preciso quando sia successo, ma li hanno cacciati via, definitivamente. E ora cacceranno via anche i banchi del mercatino, se il cartello sul cantiere non mente. Stanno costruendo un mercato coperto che ruberà un’altra fetta di prato. Non bastava la palazzina pretenziosa che impalla lo scorrere del traffico su viale dei Romanisti, l’unico spettacolo rimasto per tanti occhi annacquati dietro le finestre. E’ diventato un quartiere di vecchi questo. Sono bastati trent’anni, una generazione, perché i figli degli anni Sessanta, quelli dei doppi turni e delle scuole prefabbricate, sciamassero via lasciando qui i genitori ormai trasformati in baby sitter per nipotini viziati.
La strada che ricordavo larghissima è diventata un budello. Lo spartitraffico serve a dividere due corsie di auto parcheggiate talmente fitte che quasi scavalco un cofano per passare. E’ qui che abitavo. La pulsantiera dei citofoni è la stessa, hanno sostituito i tasti però. Di metallo, ché quelli di plastica erano una tentazione troppo forte per piccoli vandali dall’accendino facile. Sono i cognomi a essere diversi. Di più, alieni.
Alla scala B, interno 13 abitavano i Chiolo, con Antonietta mi passavo un anno. Quanti pomeriggi trascorsi a sfuggire i suoi tentativi di entrare in comitiva. Adesso in quelle tre camere all’ultimo piano abita la famiglia Aftei. E poi Ciubutaru, Hung – Lee, Bogdwiecz. Noi ci siamo ancora, ma siamo solo un nome su un vecchio citofono.
Infilo la mano nella tasca del cappotto a stringere il vecchio moschettone portachiavi. Pesa. Un peso specifico che cresce insieme alla consapevolezza che dovrei salire in casa. Dovrei. Ma non ce la faccio. Non oggi.
Nel crepuscolo troppo precoce dell’inverno sto per decidere che ho fatto un viaggio a vuoto. A farmi rompere gli indugi è una figura di anziana in avvicinamento. Magari mi sbaglio, ma sembra quella pettegola della Costantino. Fu lei a dire a mia madre che Michele veniva a prendermi sotto casa tutti i pomeriggi di un’estate che fu la più bella della mia vita. Non ho voglia di incontrarla, di spiegarle, di raccontare. Mi volto e ritorno sui miei passi, verso ciò che resta del prato, verso il ricordo lontano del campo rom coi suoi colori, con i suoi odori, con la mano sudicia di Ianu poggiata sulla spalla. Cammino a testa bassa inseguendo i miei piedi sul sentiero.
La voce, giovane, mi fa trasalire: “Aho, ce l’ho co’ te!”
Avrà quindici anni, le gambe magre inguainate in un paio di jeans stretti e un giubbotto bianco uguale a quello degli altri tre. Se ne stanno seduti sui motorini a formare un check-point. “Hai visto che ore so’?”
Guardare l’orologio è istintivo e dai quattro bulletti parte la risata.
“Quanno fa’ buio er prato diventa nostro. Se voi passa’, fanno dieci euro.”
Li guardo in faccia, uno per uno. Non sono intimiditi dal mio essere adulta, anzi.
“Non ho tempo da perdere”, rispondo stringendo la borsa contro il fianco.
“Allora paga sennò da qua non se passa.”
Sono puliti, pettinati, a loro modo eleganti. Sono figli e nipoti di gente per bene. Sono il futuro di questo quartiere, di questa città. Potrei sfidarli ma sarebbe come spingerli verso una strada che, forse, non è ancora la loro.
“Se il prato è vostro, spero che ve lo godiate come me lo sono goduto io alla vostra età.”
Giro le spalle ai loro commenti inconcludenti e sboccati - ma lasciala perde, qua’ stronza - e torno su via Cornelio Sisenna.
Sarà un lungo giro fino alla fermata dell’autobus. Lo stesso lungo giro che mia madre voleva facessi per evitare le insidie del prato. Non riesco a trattenere un sorriso. Lei non lo sa, ma è la prima volta che le do ascolto.



lunedì 30 aprile 2018

FalconeCostantini: La regina delle rose


“Ragazzi, attenti a non calpestare le… fresie, sbaglio?”
“Iris”, corresse con un sorriso Cristina, la padrona di casa. “Faccio strada.”
La porta si schiuse su un lungo corridoio le cui pareti erano tappezzate di tele.
“Sono opera sua?”, chiese la giornalista fermandosi ad ammirare una natura morta dai toni allegri.
“La mia seconda passione, dopo le rose ovviamente.”
Di nuovo quel sorriso, aperto, gioviale. Il sorriso di una donna che ha trovato la propria ragion d’essere negli hobby che la famiglia non le aveva permesso da giovane.
Laura Costa, punta di diamante della rubrica “Donne in fiore” la seguì con la troupe in salotto.
“Va bene qui?”, chiese Cristina indicando il divano in rattan.
“Benissimo, anche la luce mi pare buona. Vero Giovanni?”
L’operatore diede l’okay con il pollice e cominciò a sistemarsi.
“Allora”, esordì la giornalista sedendo compunta sui cuscini ricamati a mano, “come ci si sente ad essere nominata Regina delle rose 2009?”
“Non me lo aspettavo. Il mio è solo un piccolo hobby, non sono certo una professionista.”
“Adesso non faccia la modesta. La tonalità delle sue Violet Red fino a oggi sembrava irraggiungibile dalla floricoltura. Lo sa che io sono qui anche per carpirle il segreto, vero?”
“Per intanto che ne direste di una tazza di tè al gelsomino?”, si schermì tirando dietro l’orecchio una ciocca dei lunghi capelli color della luna.
Laura prevenne il rifiuto dei due ragazzi.
“Una tazza di tè è proprio quello che ci vuole.”
“Con permesso.”
Attese che la sua ospite sparisse in cucina per inquadrare la troupe.
“Mi raccomando, attenti a dove mettete i piedi, evitate il turpiloquio e soprattutto niente fumo, siamo intesi?”
“Sì”, rispose Giovanni agganciando la telecamera sul cavalletto, “però il tè ce lo potevi risparmiare.”
“Evitare un caffè non può farti che bene. E poi il gelsomino è distensivo.”
“Esatto”, le diede manforte Cristina. “Il tè al gelsomino ha virtù rigeneranti, depurative e rilassanti. Ho portato anche dei biscotti e delle tartine con marmellata di pomodori verdi, una mia ricetta.”
Posò il vassoio sul tavolino di rattan e andò a sedersi accanto a Laura.
“Che ne direbbe se cominciassimo subito? Così il vassoio ci fa da scenografia. Se poi fosse possibile avere anche le rose della vittoria…”
“Sono proprio lì, dietro ai giovanotti. Vado a prenderle.”
“Lasci, ci pensa Paolo.”
Memore delle raccomandazioni della giornalista, Paolo trattò il vaso di cristallo come una reliquia. Le rose, di un punto di rosso tanto scuro da sfiorare il nero, contrastavano con l’ambiente solare di quel salotto e Laura pensò che sembravano… carnose.
“Le piacciono?”, chiese Cristina con manifesto orgoglio.
“Moltissimo”, mentì chinandosi ad odorarne i petali.
“Non hanno profumo”, la prevenne. “La natura non fa sconti. A tanta bellezza non si poteva aggiungere il piacere di un buon odore.”
Laura pensò che la donna era stata benevola con la propria creazione. Le Violet Red puzzavano. Il loro effluvio era un misto di ferro e rame.
“Okay, cominciamo?”
Impugnò il microfono e attese il via di Giovanni.
“Siamo qui a Lanuvio, nei pressi di Roma, a casa della signora Cristina Boe che si è aggiudicata l’ambitissimo titolo di Regina delle Rose 2009 con le sue Violet Red. Ovviamente l’abbiamo raggiunta per carpirle il segreto di tanta bellezza…”
Cristina non avrebbe mai pensato che potesse essere divertente sottoporsi alla curiosità dei media. L’intervista era scivolata via insieme al tè, ai biscotti e anche alle tartine con la marmellata di pomodori verdi, rigorosamente del suo orto. Perfino i ragazzi della troupe avevano preso confidenza e, accettando di darle del tu, avevano implorato un caffè. Le dispiacque quando li vide smontare il cavalletto e accingersi a riprendere la strada per Roma.
“Volete vedere il giardino prima di andare?”, chiese speranzosa indicando il retro della casa.
“Volentieri. Ti dispiace se facciamo qualche copertura?”
“Prendete tutte le immagini che volete.”
Il giardino era rigoglioso. Protetto da una bassa siepe di bosso aveva una sua armonia di colori nella totale assenza di un ordine prestabilito. Un tipico giardino inglese che faceva corona al roseto straripante di petali rosso sangue.
“Pensi di mettere in vendita la talea?”, chiese Laura.
Cristina scosse la testa.
“Vedi, i fiori sono degli esseri viventi e ripagano chi si prende cura di loro. Tra me e le mie rose c’è un rapporto particolare. Escludo che possano crescere così belle nel giardino di qualcun altro.”
“Eppure non posso credere che amore e dedizione siano gli unici ingredienti. Alla fine sei stata molto abile a schivare le mie domande. Insomma, in tutta confidenza, cos’è che fa crescere così le tue rose?”
Cristina le offrì il suo tenero sorriso.
“Te lo dirò se tornerai a trovarmi. Da sola. Mi è piaciuto tanto chiacchierare con te.”
Li accompagnò al vialetto d’ingresso e sventolò la mano fino a quando la station vagon non ebbe svoltato l’angolo. Era orgogliosa per l’attenzione che le sue rose avevano meritato. E anche per la curiosità che, ne era sicura, avrebbe riportato Laura a casa sua.
Tornando sui propri passi si accorse che uno dei cespugli delle Violet Red meno esposto ai raggi del sole stava producendo dei boccioli leggermente più chiari degli altri.
“Occorre un rinforzo, bambine mie”, sussurrò prendendo le chiavi della cantina.
Nel piccolo frigorifero in fondo alle scale, le bottiglie erano ordinatamente disposte ed etichettate.
“Pasquale… Enrico…Carlo… Lory… Il sangue di una donna generosa. Proprio quello che ci vuole per le mie piccole.”

domenica 22 aprile 2018

#ioleggocosì le risposte dei lettori

Alla domanda che vi abbiamo posto nella nostra prima newsletter (a proposito, vi siete iscritti, vero? nel caso vi fosse sfuggito QUESTO è l'indirizzo per farlo) avete risposto in parecchi ed ecco il quadro che ne esce:

Il quando

Vorrei leggere molto di più e cerco ogni attimo per farlo: in metropolitana, in fila alla posta, in pausa pranzo (C.I.)

Leggo quando capita, a volte la sera se non sto alzata a scrivere. A volte, al  mattino se trovo un ritaglio di tempo (F.R.)

Leggo di solito durante il tragitto in autobus o metropolitana da/per il lavoro, quindi nelle fasce orarie 7.30- 8.30 e 16.30-17.30, e utilizzo il Kindle su smartphone (R.P.)

Di routine leggo la mattina sul treno, e poi al ritorno nel tardo pomeriggio e la sera prima di dormire. Ma la Lilli legge ovunque. Ha sempre il Kindle con sé. E siccome non si sa mai, ha scaricato l’applicazione Kindle sul telefono. In realtà spero sempre che capiti un’attesa, un tempo morto, per poter leggere. A volte, se ho un gran bel libro, sono persino contenta se il treno si blocca, o ritarda (L.L.)

Non ho un orario preferito, o meglio, potrei anche averlo ma di solito leggo quando sono libera da altri inghippi (M.G.S.)

La mia routine di lettura non ha orari, luoghi. È una sensazione, un Tempo per rilassarsi e farsi assorbire da un romanzo, un racconto, una poesia. È come sognare, da sveglio o dormiente poco importa. Se la mente non riesce a spiccare il volo per me è inutile aprire il libro... sarebbe solo uno scorrere di pagine (F.S.)

D'inverno, leggo prevalentemente di sera, dopo cena, quando tutto è a posto. E leggo a letto o sul divano. Nella bella stagione, leggo nel tardo pomeriggio di fuori, all'ombra di un albero, seduta sul divano esterno (G.R.)

Il pomeriggio dopo pranzo e la sera prima di dormire; un po' per conciliare il sonno, un po' per rilassarmi e un po' perché sono orari piuttosto tranquilli e, pertanto, consoni alla lettura (F.C.)

Il quanto

Cosa leggo? Purtroppo di tutto!!!! ...e non posso neanche mettere da parte i libri che non mi piacciono, devo arrivare fino alla parola FINE. Poi, ho le mie 'letture private' e sono quelle che preferisco. Ora sto leggendo: Educazione siberiana di Nicolai Lilin, e nel libro c'è una frase con la quale mi identifico: "a partire dalla mia nascita, io forse per abitudine ho continuato a procurare vari dispiaceri e togliere parecchie possibilità di vita allegra ai miei genitori." (L.L.)

Io leggo un po’ ovunque e quando mi prende son capace di leggere anche per strada ; solitamente leggo più libri insieme a seconda dell’umore. Compro tanto, più di quanto possa leggere e allora mi do da fare. E poi ci sono storie a volte che hanno bisogno di essere interrotte e riprese dopo un po’ perché troppo belle per finire (R.C.)

Leggo circa trenta libri all'anno, di vario genere, per un totale di 12000 - 15000 pagine. Per motivi di spazio ed economici da qualche anno leggo quasi esclusivamente in formato e-book; il formato di carta lo riservo a libri, per me, "speciali" (F.C.)

Il dove

Io leggo soprattutto la sera nel letto (E.G.)

Mi piace farlo seduta a un tavolino di un caffè che si trova in piazza di fianco alla Reggia di Colorno. Da lì vedo il giardino, lo scalone che porta alla sala del trono, la gente che passeggia. Di solito faccio la doccia, esco con i capelli bagnati, mi siedo, prendo un gelato affogato nel caffè e leggo fin verso sera quando riprendo la mia bici, e facendo la strada dell’argine sulla Parma, ritorno a casa (M.G.S.)

Ho tre o quattro posti in casa che prediligo e vicino a ognuno un mucchietto di amici pronti ad aprirsi per me. Il letto lo prediligo ma non di sera, mi concilia il sonno e solitamente ci leggo solo di pomeriggio, quando nei fine settimana piove e fa freddo. Poi il divano quando non c’è nessuno nei paraggi e soprattutto nessun apparecchio radiotelevisivo funzionante. Quando il divano è occupato dal marito ronfante, c’è la mia carissima poltrona rossa con le orecchie Ikea che mi avvolge e mi coccola quando le storie che leggo sono tristi o spaventose. Infine, se il tempo è conciliante, la poltrona in terrazza con o senza copertina mi accoglie per le letture di inizio estate (R.C.)

Leggo molto al mare, rigorosamente mentre mi abbrustolisco al sole, dopo il bagno. Faccio la spola fra mare, telo e libro che sa ovviamente di salsedine. 
Questo è (G.R.)




lunedì 9 aprile 2018

FalconeCostantini: il primo incontro delle socie


“Che fai?”
“Scrivo.”
“Si, questo lo vedo.”
Hanno quattordici anni. Sono compagne di banco ma si conoscono ancora poco. La mora è schiva, chiusa in un mondo tutto suo. La bionda è socievole, è merito suo se quel primo banco in terza fila le vede unite dal primo giorno di scuola.
“Sto scrivendo un romanzo.”
“Fico.” 
La mora non è disposta a darle corda. Ma la bionda è tenace. “Di che parla?”
Due occhi seri bordati di lunghe ciglia scure agganciano lo sguardo solare chiazzato di verde.
“Di un ragazzo inglese che va col padre a vivere in India.”
La bionda dà un’occhiata alla porta. La campanella è suonata e i suoi compagni stanno sciamando come un torrente fuori dall’aula. È un attimo prima di decidere che per una volta può fare a meno della sigaretta e degli sguardi interessati della fauna maschile. Della sua età ovviamente. Quelli più grandi non la degnano ancora di attenzioni. Si siede.
“Posso leggere?”
Dovrebbe capire che è no, che quel braccio che scivola sul ripiano verde di formica e si chiude intorno alle pagine fitte fitte è già una risposta sufficiente. Ma ve l’ho detto, ha la testa dura e un sorriso che vuole dire ti puoi fidare.
Occhi dolci arriccia le labbra e si concede un po’ di tempo per pensarci. Il sorriso della bionda è sempre lì, un po’ obliquo perché la testa è leggermente piegata verso la spalla. Come incoraggiamento. Ma ancora non basta. Sta per scuotere la testa quando arriva quella frase.
“Scrivo anch’io. Poesie.” La testa bionda si muove trascinandosi dietro le onde screziate di arancio. “Giuro. Cioè, non lo so se sono poesie perché non c’è la rima. Forse sono solo pensieri che metto su un quadernone a quadretti. Però mi piace.”
È su quel mi piace che le difese cadono. Perché può voler dire che l’interesse è sincero. Può voler dire che non riderà di lei e della strana storia che ha costruito intorno a un ragazzino di tredici anni, orfano di madre che in un paese lontano e ostile incontra un’anima affine alla sua.
“Hai letto Salgari?”, chiede mentre senza accorgersene la mano preme sulla pagina e il quaderno si sposta impercettibilmente verso la nuova amica.
“Ho letto l’Isola del tesoro.”
“Quello non è di Salgari, è di Stevenson.”
“Però è fico lo stesso.”
“Salgari è un’altra cosa.”
Intanto il quaderno è giunto alla portata di quegli occhi macchiati di bosco che ora si muovono rapidi e curiosi sulle parole. È facile leggere le prime due righe. Poi però, per quanto il collo si allunghi, diventa complicato decifrare la calligrafia stretta dai tratti ancora infantili.
“Scusa eh…”, dice la bionda sfilandole il quaderno da sotto il naso. 
Poi si sistema comoda comoda lasciandola un po’ attonita...

sabato 3 marzo 2018

#ilmioincubopeggiore era il terzo anno

Il terzo anno di liceo cominci a sentirti maschio, sei nella via di mezzo, inizi a non essere più deriso dai grandi, specialmente se hai la fortuna di essere bello alto – ché la nonna dice: “è mezza bellezza”, e almeno metà ce l’hai assicurata – e di poter guardare negli occhi anche quelle di quarta che non puzzano di latte.
In vicolo Palminteri ci passavo ogni giorno da quando ero uscito dalle medie, era la strada da fare per raggiungere il liceo. Ero imbarazzato dagli ottoni lucidi dei citofoni, dai portieri dei palazzi in livrea, ché il mio custode al massimo teneva una giacca grigia come i topi che passeggiavano in cortile e che gli somigliavano così tanto che eravamo convinti non li cacciasse perché erano suoi parenti.
Le boutique erano eleganti, coi prezzi in lire; i cappotti di cachemire con cartellini che indicavano: ottocentomila lire, un milione e centonove, che se scrivevano centodieci pareva brutto.
Un giorno di febbraio, anonimo e freddo come il parroco della chiesa, la vidi: cappottino grigio e colletto di velluto blu, capelli raccolti a coda di cavallo e sguardo ostile mentre salutava padre e portiere, un cenno al servo e un «Buongiorno padre»: Sofia Bernari. Stava in seconda C, rispose al mio sguardo con un’occhiata che si dà alle nuvole davanti al sole, e camminava talmente svelta che sembrava sfuggire anche a se stessa. Entrai a scuola che lei già era in classe, che la vidi mentre si sedeva e non mi vide mentre la vedevo. Proseguii al primo piano, il mio, quello di terza C.
Al campanello da quel giorno trovavo mille scuse per correre fuori, nonna malata, mammà mi vuole per il dentista, torna mia sorella dal Belgio, che non avevo una sorella e non sapevo neanche bene dove fosse il Belgio, tutto per trovarmi fuori prima che lei uscisse, ma lei era sempre già fuori e correva come Sara Simeoni dopo aver vinto la medaglia d’oro mentre correva allo stadio di Mosca con la bandiera sulle spalle, e lei già fuori, maledizione, che faceva dondolare quella coda di capelli.
Una volta ci riuscii, saltai giù dalle scale e aspettai.
Lei finalmente mi guardò, dritto negli occhi. I suoi erano blu, i miei colore di un cane.
«E leva quell’ombrello, fai cadere la gente»!
Neanche mi ero accorto di aver messo l’ombrello di traverso: un po’ livorosa ma mi aveva parlato, si era accorta che c’ero, esistevo. La rincorsi, avrei trovato una scusa, magari per chiederle scusa. Quella volta non tornava a casa a piedi, l’automobile del padre aspettava fuori, il padre uscì e con un cenno le disse: «Sofia muoviti, dopo il dentista andiamo a pranzo in centro».
Stavo correndo come un cavallo scosso, sbandato e incosciente, frenai prima di sbattere in quell’enorme Lancia blu. Non dovevo più guardarla, non ne potevo avere motivo, né speranza, nessuna pulsione, ma a sedici anni si hanno tutte queste cose e non lo dici a nessuno perché delle passioni un ragazzo si vergogna, un adolescente è un maschio piccolo con tutti i difetti e nessuna saggezza, si sbaglia senza essere professionisti dell'errore.
Marzo agita le foglie, accarezza le gambe dei ragazzi, le fa agili, fa esplodere fiori e ormoni, rende frizzante il respiro, correre è un imperativo e lo zaino un orpello leggero anche con il vocabolario Gabrielli che pesa due chili, io correvo ogni giorno solo per vederla camminare, una soldata col passo imperiale, non guardava nessuno e sembrava riuscire anche ad allontanare gli sguardi degli altri ragazzi. Un giorno Sambuco, il mio compagno di banco si accorse, al mio guardare, che la guardavo: «Perdi tempo, quella neanche esiste».
Potevo dissimulare, raccontare che “no, figurati, non mi interessa…”, mi scappò: «Neanche so chi è…».
«Non lo sai? Lo sanno tutti che le stai sempre appiccicato con gli occhi…».
“Appiccicato”. Fallo vergognare un sedicenne: restai incerto se piangere o dargli un pugno, oppure…non c’erano altre opzioni, cioè si, lo lasciai a sorridere sul muretto.
Prima che marzo diventasse aprile, un mattino spensi l’ennesimo incubo, quel sognarmi ogni notte incatenato alla ringhiera della scuola e nel pomeriggio, lucido di pioggia, andai lucido di intenzioni fuori casa sua.
M’avesse sparato sarebbe stato meno feroce: «La pianti di starmi intorno come un pidocchio»? Arrivò il millennio, la vita buona, il fascino discreto di una vita borghese, e internet, e facebook e “Sono Sofia Bernari, ti ricordi di me?”.
Trent’anni e mille vite fa? Si mi ricordavo, anche la vergogna di quel pomeriggio divenuta ricordo sacro, cliccai su “Conferma”, corsi sulla pagina come correvo fuori scuola, le foto: voglio vederla. Una signora discreta, con occhi da massaia e capelli il sabato dopo tre ore di fila dal parrucchiere e gli occhi stanchi come una Luis Vuitton usata al mercatino dei Parioli. Due tre figli e un marito con la pancia abbronzata su una barca a Ventotene che mostra una spigola pescata in qualche pescheria.
«Si, mi ricordo, ero il pidocchio, quello che…»

Mi ricollegai alla pagina, c’era scritto “Aggiungi agli amici”.

venerdì 2 marzo 2018

#ilmioincubopeggiore il mostro di sempre


Perché sto scappando? Qualcuno mi insegue: il mostro è sempre quello di tutti gli altri sogni. Un po’ It, un po’ Dissennatore. Poi dicono che leggere fa bene.
Questa volta però c’è qualcosa di diverso: non sono sola, ho mia figlia in braccio. Vorrei avere la fascia, o il marsupio, o qualsiasi cosa che mi permetta di reggerla senza fare fatica. È piccola ma mi sembra pesantissima. E ho paura di cadere su questo terreno pietroso e molle che sembra risucchiarmi.
Intanto il nemico si avvicina.
Entro in un’enorme struttura: acciaio, vetro. A metà tra un aeroporto, una stazione e Palazzo Nuovo, quell’orrore di Università dove ho passato troppo tempo.
C’è gente, tantissima gente. Se c’è anche mio marito non lo vedo.
Corro verso le scale. Ma non capisco dove portano, sembrano inaccessibili.
La parte conscia di me si dice che sembra uno di quei casinò di Las Vegas, pieno di luci e musichine, ma senza una via d’uscita. Fatale per i proprio nervi, le proprie gambe e le proprie tasche. 
Poi vedo gli ascensori. Stringo mia figlia a me e cerco di prendere al volo l’ascensore che sta per chiudersi ma non faccio a tempo.
C’è un ragazzo, alto, imponente, che mi dice di non preoccuparmi, che c’è un montacarichi.
Il montacarichi consiste in una pedana traballante e senza appoggi che scorre su una serie di fili d’acciaio. In due (tre, se conto mia figlia) non ci stiamo quasi. Per non cadere di sotto devo tenermi con entrambe le mani. Con orrore mi accorgo che ormai siamo troppo in alto per scendere. Il ragazzo spingendomi verso il bordo mi dice di non preoccuparmi: siamo quasi arrivati. Sembra non accorgersi che non ci stiamo.
Ma io non ce la faccio a tenermi in equilibrio. Se non voglio cadere devo tenermi con entrambe le mani: o cade mia figlia, o cadiamo entrambe.
La pedana mi dà uno scossone. Mia figlia precipita nel vuoto.
Improvvisamente non sono più su una pedana, ma su scale che scendono a spirale. Guardo giù, nella tromba delle scale. C’è mio marito con mia figlia in braccio e guarda verso di me. I suoi occhi sono taglienti dalla rabbia, scuote il corpo di mia figlia, inerte, e urla.
“Perché l’hai lasciata cadere?”
So come mettere fine a tutto questo.
Mi sporgo dal mancorrente.
Mi sveglio. 

martedì 27 febbraio 2018

#ilmioincubopeggiore I diamanti di Sergio


Sergio e Franco erano cresciuti insieme, prima nelle baracche della Magliana, poi, all’inizio degli anni 70, una casa popolare a Via di Donna Olimpia, a Monteverde Nuovo. Finalmente un tetto sulla testa e un letto vero in cui dormire. La loro vita era trascorsa tra furtarelli, un po’ di riformatorio e carcere. Tutte cose di poco conto, per lo più condonate da giudici comprensivi.
Ma quel pomeriggio era diverso. Sergio passò a prendere Franco e, come sempre accadeva prima di ogni colpo discutevano animatamente seduti nel cortile del palazzo.
«Insomma, a Se’, chi te l’avrebbe data sta grande dritta?». Disse Franco con aria di supponenza.
«Danilo lo zoppo».
«Seee, lallero. Ma quello s’è bruciato er cervello co ‘n overdose vent’anni fa».
«A Fra’. Guarda che Danilo c’avrà pure er cervello bruciato, ma mica è cojone. Stamme a senti’. Dovemo apri’ l’ultimo tombino de Via de Donna Olimpia, quello davanti a Villa Pamphili. Poi se famo cento metri de fogne e semo arrivati».
«Ma arrivati ‘n dove, Se’?».
«Là sotto ce sta ‘na specie de camera, piena zeppa de diamanti che ha ammucchiato lì un vecchio che ora è morto e nessuno sa che esistono. A Fra’ so’ cento mijoni de euri». E dicendo questo, Sergio enfatizzò la frase allungando a dismisura la “i” e mettendo la mano di taglio accanto alla bocca.
«Me pare tutto così assurdo, ‘na gran cazzata». Disse Franco grattandosi la pelata. Ma dentro di sé si stava convincendo. Sergio ci riusciva sempre, anche quando sapeva che sarebbero andati “bevuti”, con la coda tra le gambe, al Commissariato di Via Cavallotti.
«Daje, se beccamo stanotte alle tre».
Verso l’ora stabilita si avviarono a piedi verso l’entrata di Villa Pamphili. Pioveva, faceva freddo e i due camminavano con le mani nelle tasche di due giubbotti inadeguati alla stagione.
Ad una cinquantina di metri dal cancello ecco il tombino che avrebbe cambiato le loro vite. Isole Cayman, bella vita. Gli ultimi anni passati tra le comodità dei ricchi veri. Quelli che non chiedono quanto costa.
Sergio estrasse da sotto il giubbotto un piede di porco col quale sollevò il tombino, si calarono per un paio di  metri e lo richiusero sulle loro teste. Alla luce della torcia si incamminarono nello stretto cunicolo che finiva con una grata, che cedette dopo qualche scossone e una dose industriale di bestemmie corali. Dopo un centinaio di metri, la luce della torcia iniziò a riflettere un bagliore strano. I cuori gli battevano all’impazzata.
Ed erano lì. Diamanti grossi come pugni, splendenti come tutta la luce del mondo. «Ma allora era vero». Disse Franco con un filo di voce. «Hai capito sto matto de Danilo. Ma come cazzo l’avrà saputo?».
«Gliel’ho detto io» disse una voce alle loro spalle.
Sergio portò la mano alla pistola che teneva dietro, infilata nella cintola. La estrasse e mise il colpo in canna.
«E tu chi cazzo saresti?».
«Sono Artemio, il custode del Tesoro di Dio. Sono un angelo, non un mortale, quindi la tua pistola non avrebbe alcun effetto su di me.». Era alto, leggermente effemminato, con indosso un improbabile frac bianco e una vistosa cravatta celeste. La sua voce sembrava provenire dal centro della piccola grotta, non dalla sua persona. E a Franco sembrò che nemmeno muovesse le labbra.
«Vabbè, mo se semo presentati. O ce dici che cazzo voi, o te ne poi pure anna’ a fanculo» disse Sergio che cercava di mantenere un atteggiamento aggressivo. La pistola era sempre puntata sul viso di Artemio che, però, non se ne curava più di tanto.
«Voglio il vostro cuore, così come ho preso il cuore di tanti altri prima di voi. E li potete vedere, sono tutti qui, trasformati nei diamanti che avete davanti agli occhi»
Nel dire queste parole, allungò una mano verso il petto di Sergio. Non morì subito. Ebbe il tempo di vedere il suo cuore esplodere di luce e trasformarsi in una di quelle pietre. Artemio lo depositò con cura insieme agli altri, mentre lo zombie Sergio abbassava gli occhi verso il petto sanguinante. Questa vista allentò i suoi sfinteri e se la fece sotto. Franco vomitò tutti i pasti saltati della sua vita prima di accasciarsi svenuto.
Sergio sentiva la vita andare via, ma ancora non riusciva a morire e se ne stava lì con i suoi pantaloni fradici di pioggia, feci e urina.
Artemio ripeté la pratica anche su Franco ed un altro bagliore squarciò la piccola grotta. Entrambi lasciarono la vita insieme, senza la gloria che avevano toccato solo per pochi secondi.
A quel punto risuonò una seconda voce.
«A che punto siamo con la raccolta?»
«Con questi due abbiamo finito. Certo è stata lunga, c’è voluto tanto tempo. Ma per Te il tempo non ha senso, vero? Con tutto quello che abbiamo raccolto Ti puoi ritirare a vita privata qui sulla terra e fare davvero il Signore. A proposito. Due cose: Danilo lo zoppo ha finito il suo lavoro e vorrebbe tornare su. E poi, se non sbaglio, mi avevi promesso che passavi tutto a me. O ricordo male?».
«Sia fatto come vuoi Tu. Ormai sono in pensione»